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Discriminazione razziale e pregiudizio secondo Richard Wright

Ragazzo negro di Richard Wright

Ragazzo negro è un libro autobiografico di Richard Wright (1908 – 1960), uno scrittore afroamericano, nato nel Mississippi, uno degli Stati Americani del Sud.

Nella cittadina di Jackson, dove frequentò la scuola pubblica, visse un’infanzia ed un’adolescenza molto difficile, soffrendo l’emarginazione che gli derivava sia dalla povertà, sia soprattutto dal colore della sua pelle.

In tutti i suoi libri, tra i più importanti: “I figli dello zio Tom” e “Fame americana”, Wright racconta un’America divisa tra bianchi e neri.

In quel periodo la mentalità razzista era molto diffusa e la popolazione nera viveva in una condizione di miseria e di emarginazione sociale.

Con la sua famiglia emigrerà poi al Nord dove si guadagnerà da vivere con i mestieri più umili.

Solo grazie alla sua grande caparbietà e determinazione riuscì a diventare uno scrittore.

Quanto segue è un piccolo brano tratto (con adatt. e riduzioni) da “Ragazzo negro” di Richard Wright. Il messaggio fondamentale di questo brano e del libro di Wright in generale è che l’ambiente può condizionare anche in modo violento una persona, ma alla fine, il suo destino è determinato dalla sua volontà.

In questo racconto si percepisce la ricerca non facile di un suo continuo autocontrollo che lo fa stare in tensione. Questa tensione da cui nasce la rabbia e la volontà di lottare contro le ingiustizie, sarà la passione di tutta la sua vita.

 

Il racconto

A scuola chiesi ai compagni indicazioni per trovar lavoro e mi fu dato il nome di una famiglia bianca che cercava un ragazzo per fargli fare dei servizi.

Quel pomeriggio stesso, appena finita la scuola, mi recai all’indirizzo.

Un’alta donna bianca, dall’aspetto duro, venne a parlarmi. Si aveva bisogno di un ragazzo onesto disse.

Due dollari la settimana. Mattino, sera e il sabato tutto il giorno.

Lavare i piatti, tagliar la legna, strofinare i pavimenti, spazzare il cortile.

M’avrebbe dato la colazione e il pranzo.

Nel far qualche timida domanda gettavo rapide occhiate all’intorno. Che razza di cibo m’avrebbe dato? La casa sarebbe stata meschina come indicava la cucina?

Ti va questo posto?” domandò la donna.

Si signora” dissi, timoroso di fidarmi del mio proprio pregiudizio.

Bene, ragazzo, ora voglio farti una domanda e tu mi devi dire la verità”, disse.

Si, signora”, dissi attentissimo.

Rubi?”, mi domandò seriamente.

Scoppiai in una risata, poi mi contenni.

Che diavolo c’è da ridere a questo modo?” domandò lei.

Signora, se fossi un ladro non lo dieri a nessuno”.

Cosa vuoi dire?” sbotto la donna facendosi rossa in viso.

Ero da appena cinque minuti nel mondo bianco e già avevo commesso uno sbaglio. Abbassai la testa.

No signora”, farfugliai, “non rubo”.

Essa mi squadrò, cercando di farsi un’opinione.

Sentimi bene, non ho alcuna intenzione di mettermi in casa un negro insolente”, disse.

No, signora”, la rassicurai, “non sono insolente”.

Promisi di presentarmi il mattino dopo alle sei. Tornando verso casa mediai su che cosa avesse potuto pensare la donna per chiedermi così a bruciapelo se rubassi. Poi ricordai di aver sentito dire che i bianchi considerano i negri come una specie di bambini, e soltanto alla luce di questa diceria la sua domanda poteva avere un senso.

Se io avessi progettato di assassinarla, certo non sarei andato a dirglielo, e, logicamente, lei avrebbe dovuto immaginarlo. E tuttavia l’abitudine aveva sopraffatto il suo buonsenso, e l’aveva indotta a chiedermi “Ragazzo, rubi?” Solo un idiota avrebbe risposto “Sissignora, rubo”.

Che cosa sarebbe accaduto ora che mi sarei trovato in mezzo alla gente bianca per ore ed ore di seguito? Mi avrebbero picchiato? Maltrattato? Se lo facevano li avrei piantati subito. Nel mio gran desiderio di un posto non avevo pensato a come sarei stato trattato, ed ora ciò mi appariva importante, decisivo, faceva passare in seconda linea qualunque altra considerazione. Io mi sarei dimostrato educato, modesto, avrei detto sissignore e nossignore, signora e nossignora, ma avrei tracciato una linea che essi con dovevano oltrepassare. O magari mi stavo preoccupando per nulla, mi dissi magari mi avrebbero voluto bene.

Il mattino dopo tagliai la legna per la cucina, portai dentro secchi di carbone per i fornelli, lavai la veranda di ingresso, spazzai la veranda posteriore, spazzai la cucina, aiutai a servire a tavola e lavai i piatti.

Ero tutto sudato. Spazzai il vialetto d’ingresso e corsi al negozio a far compere.

Quando tornai la donna disse: “La tua colazione è in cucina”.

Grazie, signora”.

Vidi sulla tavola un piatto di densa melassa nera e un grosso pezzo di pane bianco. Era tutto lì? Loro avevano mangiato uova, pancetta, caffè…

Presi il pane e cercai di spezzarlo. Era duro e vecchio con un sapore cattivo.

Bene avrei bevuto la melassa. Sollevai il piatto e me lo portai alle labbra e vidi galleggiare alla superfice del liquido scuro pezzetti di muffa verdastra. Maledizione… Non potevo mangiare questa roba, mi dissi. Il cibo non era nemmeno pulito.

La donna entrò in cucina mentre stavo indossando il cappotto. “Non hai mangiato?” disse.

Nossignora” dissi, “Non ho fame”.

Mangi a casa?” Domandò speranzosa.

Non ho proprio fame, stamane signora”, mentii.

Non ti piace la melassa e il pane!” esclamò in tono drammatico.

Oh, si, signora, mi piacciono!” Mi affrettai ad affermare, non volevo che ella pensasse che osavo criticare ciò che mi aveva dato.

Non so proprio cosa vi prenda, a voi negri, oggigiorno” sospirò scuotendo il capo. Osservò la melassa da vicino. “E’ un peccato buttar via della melassa come questa. Te la metterò in serbo per questa sera.

Si, signora”, dissi cordialmente.

Coperse accuratamente il piatto della melassa con un altro piatto; tastò il pane e lo gettò nella spazzatura. Poi si rivolse verso di me, come colpita da un’idea.

Che classe fai?

La settima signora.

E perché continui ad andare a scuola, allora?” domandò, sorpresa.

Ecco voglio diventare uno scrittore”, mormorai, incerto; non avevo progettato di dirle questo, ma essa mi aveva fatto sentire talmente in errore e talmente insignificante che sentivo il bisogno di puntellarmi.

Un cosa?

Uno scrittore”, mormorai.

Per cosa?

Per scrivere racconti”, mormorai difensivamente.

Tu non diventerai mai uno scrittore”, disse lei. “Chi diavolo ha ficcato idee simili nella tua testa di negro?

Nessuno”, dissi io.

Spero bene”, dichiarò lei indignata.

Una volta in strada mi resi conto che non sarei tornato in quella casa.

Quella donna aveva aggredito il mio io; aveva presunto di sapere quale dovesse essere il mio posto nella vita, ciò che pensavo, ciò che dovevo essere, e me ne risentii con tutta l’anima.

Magari aveva ragione; magari non sarei mai diventato uno scrittore, ma non volevo che lei me lo dicesse.

Se fossi rimasto in quel posto avrei imparato ben presto come la gente bianca si comportava con i negri, ma ero troppo ingenuo per pensare che vi fosse tanta gente bianca come quella.

Mi dicevo che c’erano dei bianchi perbene, gente con soldi ma con buoni sentimenti. Pensavo che erano cattivi nel complesso, ma che sarei stato abbastanza fortunato da incontrare le eccezioni.

Temendo che i miei mi dessero dello schizzinoso, mentii loro, dicendo che la donna bianca aveva già assunto un altro ragazzo.

A scuola chiesi altre indicazioni e mi fu dato un altro indirizzo.

Appena terminata la scuola mi recai nella casa. Si, la donna disse che cercava un ragazzo per mungere, dar da mangiare alle galline, raccogliere la verdura, aiutare a servire a tavola.

Ma io non so mungere, signora”, dissi.

Di dove sei?”, chiese lei incredula.

Di qui, di Jackson”, dissi.

Come? Vuoi dire che sei qui di Jackson, negro, e non sai mungere una mucca?”, domandò sorpresa.

Io non dissi nulla ma mi resi conto d’un tratto della realtà – una realtà negra – del mondo bianco.

Una donna aveva immaginato che le avrei detto se rubavo, e questa ora, era sbalordita ch’io non sapessi mungere una mucca, io, un negro che osava vivere a Jackson.

Stavano dimostrandosi tutti uguali, differendo solo nei dettagli. Tra me e la donna v’era un muro, un muro di cui ella non sapeva l’esistenza.

TRATTO (CON ADATT. E RIDUZIONI) DA RICHARD WRIGHT, RAGAZZO NEGRO, EINAUDI

 

Se oltre alle storie per riflettere, se sei interessato alla morale, ovvero l’insegnamento che puoi trarre dai racconti e dalle favole, vai alla categoria: Racconti e Favole formative. Ne troverai moltissime.

 

 


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