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Sacco di Roma 1527

Il saccheggio della città di Roma da parte delle truppe imperiali e dei lanzichenecchi

Il 6 maggio del 1527 le truppe al servizio dell’imperatore Carlo V d’Asburgo assaltarono la città di Roma, la conquistarono e per circa dieci mesi la sottoposero a una terribile devastazione.

Papa Clemente VII, barricatosi a Castel Sant’Angelo, dovette assistere all’uccisione dei suoi concittadini, alla profanazione delle chiese e alla distruzione delle opere d’arte.

Il sacco di Roma ebbe una grandissima eco in tutta Europa. Per alcuni storici, il sacco, segna la fine del Rinascimento ed il cedimento culturale e politico dell’Italia.

 

Premessa al Sacco di Roma del 1527

Intorno al 1400 in Europa si erano consolidate le monarchie nazionali di Francia, Portogallo, Spagna ed Inghilterra.

L’Italia invece continuava a rimaneva divisa in piccoli stati regionali:

  • Il Sud, il regno di Sicilia e di Napoli, era in mano agli Aragonesi di Spagna;
  • Il Centro era occupato dallo Stato della Chiesa;
  • Il Nord era suddiviso in diversi piccoli stati regionali in continua lotta tra di loro.

La pace di Lodi del 1454 ed il successivo sistema di alleanze tra i principali gli Stati regionali italiani, denominato: Politica degli equilibri, aveva sospeso, seppur con molte difficoltà, le rivalità regionali tra questi stati ed aveva permesso di tener fuori dalla penisola italiana le principali potenze straniere.

Con la morte di Lorenzo de’ Medici avvenuta nel 1492, ancora oggi ricordato come l’ago della bilancia della politica italiana dell’epoca, questo sistema di alleanze si rompe definitivamente.

La penisola italiana si ritroverà ad essere, da lì a pochi anni, territorio di conquista, in particolare di due sovrani stranieri:

  • Carlo V d’Asburgo Imperatore del Sacro Romano Impero;
  • Francesco I, re di Francia.

I singoli stati regionali del Centro e del Nord della penisola italiana ricominceranno, allenandosi o con Carlo V o con Francesco I, a farsi la guerra tra di loro, senza accorgersi che in tal modo si danneggiavano a vicenda, favorendo solo le ambizioni dei due sovrani, ben più potenti di loro.

 

Carlo V d’Asburgo Imperatore del sacro romano impero

Carlo V (1500 – 1558) già re di Spagna è molto fortunato: per ragioni dinastiche ha ereditato nel 1519 dei domini immensi che vanno dalla Spagna alla Germania all’Italia meridionale fino al nuovo mondo alle Americhe.

Già dal Medioevo era infatti consuetudine che le famiglie reali organizzassero matrimoni fra re e regine di diversi Stati europei per estendere i loro possedimenti e così fecero anche gli Asburgo.

In particolare, erediterà:

  • Dai nonni materni: Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia gli lasciarono in eredità la Spagna e i suoi domini e cioè i Regni di Sicilia e di Napoli in Italia e le recenti colonie americane;
  • Dai nonni paterni: Massimiliano d’Asburgo e Maria Borgogna gli lasciarono l’Austria, la Franca Contea (una regione dell’attuale Francia) e i Paesi Bassi.

Grazie alla vastità dei suoi possedimenti, che come lui stesso definirà “Un impero dove non tramonta mai il sole”, Carlo V, inoltre poteva contare su grandi risorse economiche e militari, in particolare:

  • L’oro e l’argento che provenivano dalle colonie americane;
  • Il controllo del commercio del grano che dalla Sicilia riforniva molti Stati Europei;
  • La potente, per l’epoca, flotta navale spagnola.

 

Francesco I, re di Francia

Francesco I (1494 – 1547) re di Francia dal 1515, è l’antagonista di Carlo V.

Francesco I è un uomo d’azione ma ama molto le arti ed è anche molto legato all’Italia perché suo padre è morto quando lui era piccolissimo e ha avuto un precettore italiano.

Nel 1517 ha invitato in Francia Leonardo da Vinci (1452 – 1519) e una leggenda racconta che partisse ogni sera dal suo castello di Amboise e attraverso un passaggio segreto andasse a trovare Leonardo nel vicino castello di Clos-Lucé dove l’artista era alloggiato.

Francesco I è anche pronipote di Valentina Visconti dei signori di Milano. Ritiene che il ducato di Milano per eredità familiare sia suo di diritto ed è per questo che nel 1515, grazie anche alla sua alleanza con i Veneziani, lo conquista.

Per alcuni storici Francesco I è anche un grande opportunista, tanto che pur di ostacolare Carlo V, non esiterà a concludere nel 1536 un’alleanza con l’imperatore turco Solimano, che verrà vista come uno scandalo nel mondo cristiano.

 

I motivi della contesa tra Carlo V e Francesco I

Sia Carlo V che Francesco I si contendono il titolo di imperatore del Sacro Romano Impero.

Diventare imperatore è però una faccenda abbastanza complicata perché prima di tutto il titolo non è ereditario: bisogna infatti venire eletti e conquistare i voti di sette grandi elettori, sette principi tedeschi. Una volta che si è eletti, c’é un ulteriore passaggio : bisogna venire incoronati dal Papa Rex Romanorum, Re dei Romani.

La prima mossa la fece Carlo V d’Asburgo che il 23 ottobre 1520 riuscì, grazie ad ingenti somme di denaro pagate ai sette principi elettori, a farsi eleggere imperatore del Sacro romano impero con il nome di Carlo V.

Animato da una profonda fede cristiana, Carlo V voleva creare in Europa un grande impero universale cristiano-cattolico. Questo suo proposito però non gli riuscirà mai, in particolare per due motivi:

  • Sul fronte esterno aveva due grandi nemici: la Francia che si sentiva accerchiata da tutti i possedimenti ereditati da Carlo V e i Turchi ottomani che premevano sui confini orientali dell’impero. Nel 1529 i Turchi dopo aver conquistato l’Ungheria, arriveranno persino a cingere d’assedio la città di Vienna. Inoltre anche il papato non vedeva di buon occhio il suo progetto di potere universale, poiché temeva una sua eccessiva presenza nella penisola italiana.
  • Sul fronte interno erano presenti  gli ostacoli che venivano dai principi tedeschi che avevano aderito alla riforma protestante e che non lo volevano come sovrano proprio a causa del suo progetto di restaurare l’unità cristiana in Europa.

 

Scontro tra Carlo V e Francesco I per il ducato di Milano

Come abbiamo già detto, l’impero ereditato da Carlo V comprende oltre ai domini asburgici in Germania, anche la Spagna i Paesi Bassi e la Franca contea, un territorio enorme che attraversa l’Europa da est a ovest ma che è interrotto proprio nel mezzo.

Per poterlo saldare, Carlo V ha bisogno di conquistare un territorio corridoio che congiunga i suoi domini: questo territorio è il ducato di Milano.

La contesa per il Milanese segna quindi la ripresa delle ostilità tra i due e l’Italia diventa il terreno di una lotta che ha come obiettivo la supremazia in Europa tra Carlo V e Francesco I.

Il conflitto scoppia nel 1521 e va avanti fino al 1525: nella battaglia di Pavia Francesco I subisce una durissima sconfitta nella quale viene anche fatto prigioniero e portato in Spagna a Madrid.

La vittoria di Carlo V alla battaglia di Pavia è stata totale e Francesco I pur di ottenere la propria liberazione firma a gennaio del 1526 una pace umiliante (trattato di Madrid):  il ducato di Milano e la Borgogna passano nelle mani di Carlo V. Inoltre, Francesco I rinuncerà ad ogni pretesa sull’Italia.

A garanzia di questo trattato, Francesco I è costretto a lasciare i suoi due figli maschi come ostaggi nelle mani di Carlo V.

 

La lega di Cognac

La situazione sembrerebbe risolta in modo decisivo ma non lo è perché Francesco non si dà per vinto e dopo esser stato liberato e rientrato in Francia, forma nel maggio del 1526, la Lega di Cognac, un’alleanza con Milano, Venezia, Firenze, Genova e lo Stato della Chiesa contro l’imperatore.

Le città italiane e il papa stesso Clemente VII che fino a quel momento era stato alleato e protetto di Carlo V, temevano un’ulteriore crescita del potere di Carlo V.

In particolare, il papa era molto preoccupato a causa del fatto che Carlo V essendo già in possesso del regno di Napoli e di Sicilia, pervenutagli in eredità, con l’eventuale occupazione dello Stato della chiesa avrebbe avuto il controllo su tutta la penisola italiana.

 

Il Papa Clemente VII

Papa Clemente VII è il papa in quel momento a Roma.

È nato con il nome di Giulio Zanobi (1478 – 1534) ed è figlio illegittimo di Giuliano De Medici.

Giuliano non ha mai conosciuto suo padre che è stato assassinato durante la Congiura dei Pazzi un mese prima della sua nascita.

Il futuro pontefice è cresciuto sotto l’ala protettiva dello zio Lorenzo il Magnifico che lo ha avviato alla carriera ecclesiastica.

Clemente VII subentra nel 1523 a papa Adriano VI che eletto nel 1522 morirà appena un anno dopo la sua elezione.

Prima di Adriano VI il papa era stato Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici), che nel 1513 era diventato il primo papa della famiglia de’ Medici e suo cugino.

Dalla sua elezione a papa avvenuta, nel 1523, all’età di soli 45 anni (mai altro papa nel corso della storia è stato eletto così giovane) Clemente VII a seconda dei momenti e delle situazioni ha parteggiato sia per Carlo V che per Francesco I.

Inoltre, ha continuato la politica della vendita delle indulgenze iniziata da papa Giulio II, noto come il papa guerriero (1443 – 1513) eletto papa nel 1503, e dal Papa Leone X (1475 – 1521) eletto papa dal 1513, che creerà molti problemi alla cristianità.

 

La vendita delle indulgenze

Leone X il primo papa della famiglia De Medici ha bisogno continuamente di soldi per la costruzione della nuova basilica di San Pietro.

Prima li chiede in prestito ai banchieri tedeschi, gli stessi che hanno prestato i soldi a Carlo V per la sua elezione ad imperatore: comunque, non gli bastano ed intensifica il già discusso mercato delle indulgenze; addirittura arriva a promulgare nel 1514 un’indulgenza plenaria, cioè la possibilità di cancellare tutti i propri peccati, in cambio di denaro.

Il gesto del papa provoca lo scandalo tra i fedeli e le cose però si complicano ancora di più soprattutto in Germania, quando i principi tedeschi pretendono di trattenere una percentuale degli oboli versati nei ruoli territori.

Francesco Guicciardini (1483 – 1540) storico e politico italiano, in quegli anni al servizio di papa Clemente VII, nella sua opera: Storia d’Italia, scriverà: “La corte di Roma con l’autorità delle indulgenze e la larghezza delle dispense, pareva che non attendesse ad altro se non a esigere, con questa arte, quantità grande di denari da tutta la cristianità non avendo altrettanta cura della salute delle anime né che le cose ecclesiastiche fussino governate rettamente”. (Libro 20, Cap. 3).

 

Martin Lutero e la riforma protestante

Ma le cose non finiscono lì, perché il 31 ottobre del 1517 il monaco tedesco Martin Lutero (1483 – 1546) dà avvio alla Riforma protestante, tramite l’affissione sulla porta della cattedrale di Wittenberg delle sue 95 tesi con le quali oltre a criticare duramente la vendita delle indulgenze, denuncia la corruzione in atto nella chiesa di Roma e propone di riformarla radicalmente.

Nel 1521, il papa Leone X dichiara Lutero eretico e lo scomunica, e chiede all’imperatore Carlo V di fermare la diffusione della riforma di Lutero.

L’imperatore accoglie la richiesta del papa, anche perché il suo progetto è quello di costruire in Europa un impero strettamente legato alla chiesa cattolica di Roma, ma molti principi tedeschi protestano e decidono di appoggiare Lutero. Da qui il nome protestanti.

I principi tedeschi volevano in questo modo difendere la propria autonomia di fronte al potere dell’imperatore Carlo V, alleato del papa e dall’altro, erano attratti dalla possibilità di impadronirsi degli immensi possedimenti che la Chiesa cattolica aveva in Germania.

Con la diffusione della riforma protestante gli equilibri in Italia ed in Europa cambiano definitivamente.

  

Sacco dei Colonna del 1526

Quando Carlo V viene a sapere che il suo alleato Papa Clemente VII ha aderito, contro di lui, alla lega di Cognac, sebbene molto arrabbiato con il Papa, inizialmente vuole trovare un accordo; non avendo però nessun successo decide di intervenire militarmente.

Poiché però le sue truppe sono già impegnate sia in Germania sul fronte interno a combattere contro i Luterani, sia in Italia settentrionale a combattere contro le forze della lega di Cognac, sia all’esterno contro l’Impero Ottomano che premeva in Oriente contro l’impero, fomenta una rivolta interna allo Stato pontificio, tramite una delle famiglie sua alleata, tra le più importanti di Roma, quella dei Colonna che odiano i Medici e in particolar modo Clemente VII.

I Colonna sono sempre stati radicati all’interno del sistema di potere della curia romana, hanno avuto un papa molto importante Martino V, quello che ha riportato il papato a Roma da Avignone, ponendo  fine allo Scisma d’Occidente.

D’altra parte, però per antichità e per potenza si sentono quasi superiori all’autorità papale; l’episodio più famoso che ha visto un Colonna opposto al Papa è l’episodio dello schiaffo di Anagni, quando Sciarra Colonna ha preso a schiaffi Bonifacio VIII agli inizi del Trecento.

Tra i Colonna e il Papa Clemente VII, quindi, non corre buon sangue.

Il Papa è un Medici che  viene da Firenze, quindi viene percepito dai Colonna come un estraneo, uno che non appartiene alla storia di Roma.

Carlo V lo sa benissimo e sfrutta l’inimicizia a suo vantaggio: lui vuole punire il Papa che si è schierato con il suo nemico Francesco I e così chiede ai suoi alleati romani, i Colonna, di punirlo.

Questi ultimi gli ubbidiscono e nella notte del 20 settembre 1526 il Cardinale Pompeo Colonna con una schiera di armati occupa la porta di San Giovanni in Laterano.

Mentre il Papa non crede alle notizie che gli arrivano i Colonna, entrano indisturbati in città ed arrivano fino in San Pietro dove iniziano ad arraffare tutto quello che possono.

In questo intreccio di rancori locali romani e di crisi diplomatiche internazionali, il papa viene colto di sorpresa: non ha visto arrivare il colpo e si spaventa; si sente minacciato a casa sua, così cambia atteggiamento, chiede aiuto a Carlo V, gli chiede di fermare i Colonna, intanto lui rinuncerà all’alleanza (la lega di Cognac) con il re di Francia, Francesco I.

Carlo V gli crede e richiama i Colonna.

Pompeo Colonna viene mandato a Napoli, ma una volta che il Papa non si sente più minacciato, si ricrede sulla sua decisione, si allea nuovamente con Francesco I.

A questo punto Carlo V non si fida più del Papa: troppi impegni disattesi, troppi voltafaccia e organizza un esercito per spedirlo contro lo Stato Pontificio e ridurre il papa all’obbedienza.

 

Organizzazione di un esercito imperiale contro lo Stato della Chiesa

Soldati dell’imperatore Carlo V, in maggioranza spagnoli, sotto il comando di Carlo III di Borbone erano già presenti nel 1526 nella pianura padana a combattere contro le truppe della lega di Cognac.

Al fine di rinforzarli, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre del 1526 Carlo V aveva fatto arrivare dal Tirolo un contingente di circa 12.000 lanzichenecchi reclutati tra Bolzano e Merano, guidati dal generale tedesco Georg von Frundsberg.

 

I Lanzichenecchi

I lanzichenecchi (in tedesco Landsknecht = Servi rurali) erano soldati mercenari di fanteria. Sono un corpo istituito da Massimiliano I d’Asburgo (il nonno paterno di Carlo V). Vengono arruolati nelle regioni tedesche meridionali del Saro Romano Impero tra i figli minori di contadini che per non sottostare al servizio dei fratelli primogeniti che erano gli unici eredi del patrimonio di famiglia, preferivano arruolarsi.

Si trattava di un modo facile e veloce per arricchirsi anche perché la paga si accompagna spesso alla speranza del saccheggio. Ciò che è prezioso viene portato via, quello che non vale viene distrutto.

Armati di alabarde, picche, archibugi e spade così pesanti da essere usate con due mani, i lanzichenecchi sono preceduti dalla loro fama: sono i nuovi barbari pronti a tutto.

Oltre alla loro ferocia i lanzichenecchi hanno qualcosa in più che mette in pericolo Clemente VII: sono in maggioranza luterani e nutrono un odio cieco nei confronti del Papa. Inoltre, considerano Roma la città di Satana, piena di vizi e di peccati.

Per loro il sacco di Roma, che di lì a poco avverrà, non rappresenterà uno sfregio alla Cristianità, ma una punizione inevitabile da infliggere al centro della corruzione dell’immoralità, e a Roma con i tesori accumulati nei secoli il bottino si preannuncia molto più ghiotto che altrove.

 

Giovanni dalle Bande Nere

I lanzichenecchi scendono dal Tirolo sul Nord Italia e hanno dei primi scontri con le truppe alleate del Papa che pur essendo in schiacciante superiorità numerica, ad un certo punto si tirano indietro.

L’unico che resta a combattere e che riesce a contrastarli molto efficacemente è Giovanni de’ Medici (1498 – 1526) detto dalle Bande Nere, secondo Machiavelli il solo in grado di fermare Carlo V in Italia.

 “Tutti credono che fra gli Italiani non ci sia capo, al quale i soldati vadano più volentieri dietro, né di chi gli spagnoli più abbiano paura, e stimino di più: ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di grandi partiti”. – Lettera di Niccolò Machiavelli a Francesco Guicciardini, 15 marzo 1526

Giovanni dalle Bande Nere sente molto l’orgoglio di appartenere alla famiglia de’ Medici, quando era morto il primo Papa Medici Leone X: in segno di lutto aveva annerito le sue insegne che erano bianche e viola e per questo  è stato chiamato Giovanni dalle Bande Nere; quindi è naturale che provi a difendere Clemente VII, il secondo papa Medici che tra l’altro gli ha anche ripagato tutti i debiti; così Giovanni prova a fermare i lanzichenecchi a Governolo vicino a Mantova ma viene ferito il 25 novembre 1526, da un colpo di falconetto, un piccolo cannone da campo. Morirà cinque giorni dopo.

Morto Giovanni dalle Bande Nere, nessuno contrasta più i lanzichenecchi che sono liberi di unirsi al resto dell’esercito imperiale.

 

La discesa verso Roma dell’esercito Imperiale di Carlo V

La riunificazione tra i lanzichenecchi ed il resto delle truppe imperiali avvenne nel febbraio 1527 a Piacenza.

In totale l’esercito imperiale poteva contare su 30.000 uomini, quasi tutti soldati di professione, mercenari, esperti nell’arte della guerra.

Oltre agli spagnoli circa 6.000 e ai lanzichenecchi circa 12.000, erano presenti anche truppe italiane circa 12.000, appartenenti alle corti e agli Stati alleati dell’Imperatore Carlo V.

Molti di queste corti e Stati regionali erano già alleati da tempo con Carlo V: altri vedendo la situazione, decidono di abbandonare l’alleanza con Francesco I ed il papa e passano con gli imperiali.

L’esercito imperiale è guidato dal generale tedesco Georg von Frundsberg che inizia una marcia forzata, attraverso i territori italiani, in direzione dello Stato pontificio.

L’esercito incontra pochi ostacoli, in quanto le truppe della Lega di Cognac poco coese e di mediocre efficienza militare, opposero scarsa resistenza.

Inoltre, alcuni principi italiani, quali ad esempio Alfonso d’Este, duca di Ferrara lasciarono l’alleanza della lega di Cognac e si allearono con Carlo V.

Proprio Alfonso d’Este fornirà alle truppe imperiali i pezzi di artiglieria che ferirono poi a morte Giovanni dalle Bande Nere nella battaglia di Governolo.

Altri, come Federico Gonzaga, marchese di Mantova, seppur alleato formale del papa, decise di non rendere parte attiva alla guerra.

Per tutti questi motivi gli eserciti della Lega non furono in grado di fermare le truppe imperiali.

Ad ogni modo anche le truppe imperiali erano in seria difficoltà.

Le paghe dei mercenari tardano ad arrivare, i rifornimenti scarseggiano ed il malcontento serpeggia negli accampamenti dove gli uomini sono spossati dalla fatica ed incattiviti dalle promesse non mantenute.

Inoltre, proprio per via di quei cambiamenti di alleanze dell’ultimo minuto a favore dell’imperatore, non ci sono molte possibilità di saccheggio.

Il 16 marzo 1527 a causa delle pessime condizioni in cui erano i soldati imperiali, che erano al freddo, affamati e senza paga, si verificano gravi manifestazioni di indisciplina.

Il generale tedesco Georg von Frundsberg nel tentativo di calmare gli animi, mentre parlava alle truppe ebbe un infarto che lo costringerà a cedere il comando a Carlo di Borbone che avrà molta difficoltà a mantenere la disciplina.

 

Il tentativo in extremis del Papa di fermare gli imperiali

Clemente VII, capito che le truppe imperiali si stavano avvicinando senza che nessuno potesse riuscire a fermarle, intavolò una trattativa con il viceré di Napoli Carlo di Lannov.

Con il pagamento di una somma di settantamila ducati all’esercito imperiale ed il congedo di tutte le truppe a protezione della città, il papa avrebbe rotto l’alleanza con gli stati della Lega di Cognac.

Gli inviati del viceré di Napoli arrivarono all’accampamento delle truppe imperiali, per informare Carlo di Borbone di quell’accordo proprio in quei giorni di rivolte.

La notizia di quell’accordo provocò ulteriori malumori tra le truppe imperiali, le quali erano desiderose di rifarsi delle fatiche fino ad ora sofferte, tramite il saccheggio della città di Roma.

L’accordo, quindi, venne respinto in maniera autonoma da Carlo di Borbone, comunicando agli inviati del viceré che lui non poteva opporsi al volere delle truppe.

Ripresa la marcia verso Roma, le truppe imperiali arrivarono alle porte di Roma il 5 maggio 1527 dove si accamparono sul Gianicolo.

 

La città di Roma nei giorni precedenti al sacco

Agli inizi del 500 la città di Roma era diventata la città delle arti. Era riuscita a sottrarre il titolo alla città di Firenze.

Oltre ai grandi Palazzi, alle nuove vie, in quegli anni prende anche via il più ambizioso di tutti i progetti, ossia  la costruzione di una nuova basilica di San Pietro al posto di quella vecchia, di epoca tardo romana, eretta nel luogo in cui secondo tradizione era stato sepolto l’apostolo Pietro dopo la crocefissione.

Il progetto venne affidato a Bramante che per prima cosa tra mille polemiche rade al suolo la vecchia basilica; poi furono chiamati i più importanti artisti e architetti del momento, tra cui:

Michelangelo Buonarroti, Raffaello, il Bramante, Antonio da San Gallo il Giovane, Benvenuto Cellini e molti altri.

Secondo il censimento del 1526 – 1527 a Roma ci sono 53.000 abitanti.

Purtroppo per i Romani, a difendere Roma non c’è un corpo d’armata ben organizzato come quello imperiale: il papa nel suo ultimo tentativo di trovare una soluzione diplomatica ha infatti licenziato il suo esercito.

A proteggere tutta l’area del Vaticano, tra San Pietro e Castel Sant’Angelo, ci sono solo qualche centinaio di guardie svizzere pontifice.

Per rimediare alla mancanza di uomini il papa ha fatto ricorso ad una milizia cittadina reclutata in fretta e furia nelle scuderie dei cardinali e dei prelati nelle botteghe degli artigiani e nelle osterie.

A capo di questa milizia ci sono due condottieri: Renzo da Ceri della famiglia Orsini e Orazio Baglioni, perugino.

Il papa li ha nominati in emergenza capi della difesa di Roma e loro non hanno avuto tempo per organizzarla

Tutta la strategia di difesa punta sulle mura antiche della città.

 

L’attacco del 6 maggio 1527 alla Città di Roma

Tra le 4 e le 5 del mattino del 6 maggio 1527 gli imperiali cominciano a scendere dai loro accampamenti sul Gianicolo.

Arrivano indisturbati sotto le mura, perché c’è una nebbia molto fitta e i cannoni del papa non vedendo il loro arrivo a causa della nebbia non sono riusciti a sparare.

Gli imperiali si dividono in due gruppi: gli Spagnoli e gli Italiani attaccano Porta Torrione (ora Porta Cavalleggeri), mentre i Lanzichenecchi attaccano il bastione e la porta di Santo Spirito.

Dell’attacco alla porta Torrione, abbiamo la testimonianza diretta di Benvenuto Cellini, un orafo molto famoso del tempo che nella sua autobiografia dal titolo La vita, descrive alcune scene di quella battaglia: “Qui vedemmo quel meraviglioso esercito, che già faceva ogni sforzo per entrare. A quel luogo delle mura dove noi ci accostammo, vi erano molti giovani morti”.

Sempre Cellini racconta che gli attaccanti appoggiano le scale, i romani cercano di buttarle giù. Il primo attacco viene respinto e allora gli attaccanti tentennano.

Carlo di Borbone sa che ha poco tempo: deve prendere la città in fretta per non dare il tempo sia agli assediati sia alle truppe della Lega di Cognac di riorganizzarsi così da attaccarlo alle spalle.

Per incitare i suoi Carlo di Borbone, scende da cavallo e decide di guidare personalmente l’attacco salendo sulle scale, ma viene abbattuto e Cellini tra le righe della sua autobiografia lascia intuire che nei fumi della nebbia è stato proprio lui a colpirlo.

Fu dai nostri colpi che vene ucciso il Borbone. E fu quel primo che vedevo più in alto degli altri, per quanto poi si intese”. (Benvenuto Cellini, La vita).

L’uccisione del loro comandante non demoralizza gli attaccanti che dopo diversi tentativi superano le difese.

Anche i Lanzichenecchi alle prese con il bastione e la Porta Santo Spirito, all’inizio hanno dei problemi.

Provano a scalare le mura e a sfondare la porta ma vengono respinti dalla milizia romana; hanno anche un attimo di sbandamento quando vengono a sapere che il loro capo Carlo di Borbone è morto, poi però riprendono l’assalto.

La morte (del Borbone) non raffreddò l’ardore dei soldati, anzi combattendo con grandissimo vigore, per due ore, entrarono finalmente nel borgo” (Francesco Guicciardini – Storia d’Italia).

I combattimenti sono molto aspri, durano circa due ore e a un certo punto i Lanzichenecchi, scalando le mura intravedono una finestra che era rimasta aperta. Alcuni di loro riescono a penetrare da quella finestra e sfondare le difese romane, così aprono la porta e dilagano dentro.

Superata la porta, i Lanzichenecchi si sparpagliano, uccidendo tutti quelli che gli si presentano davanti. L’orda é fuori controllo. Le cronache si riempiono di dettagli orribili.

Il primo attacco dei Lanzichenecchi è contro l’ospedale di Santo Spirito. Dentro l’ospedale i malati vengono tutti trucidati e addirittura uccidono anche i trovatelli dell’orfanotrofio. Molti di loro, ancora vivi, verranno presi e buttati dalle finestre.

Dopo i primi combattimenti sotto il Gianicolo e all’ospedale di Santo Spirito, gli imperiali si fanno largo tra i vicoli dove adesso c’è Via della Conciliazione e arrivano in piazza San Pietro.

All’epoca la piazza era molto diversa da come la vediamo oggi: non c’era il colonnato del Bernini, c’era un colonnato più stretto, la facciata era diversa, la cupola era in costruzione.

C’era però l’obelisco che era spostato a sinistra appena fuori dalla piazza ed è proprio sotto l’obelisco che si accende una mischia furibonda tra gli invasori e le guardie svizzere e la milizia romana.

Il loro tentativo di difesa però non ha successo: vengono annientati e gli invasori sono liberi di entrare nella basilica di San Pietro.

Una volta dentro, gli imperiali ammazzano tutti quelli che trovano. Iniziano ad uccidere centinaia di civili che avevano cercato rifugio attorno all’altare maggiore. Vengono ammazzati anche tutti quelli che si erano rifugiati presso la tomba di Pietro.

I romani si rendono così conto che quello che per loro è sacro, per gli invasori non lo è e che le chiese non sono più un rifugio sicuro.

Dopo la basilica gli invasori proseguono, di stanza in stanza, di corridoio in corridoio e arrivano a ridosso degli appartamenti del papa; sono a pochi metri e a questo punto Clemente VII si rende conto di quello che é successo e a quel punto decide di scappare.

Lo fa con molti cardinali, alti prelati, funzionari della Curia e ambasciatori, attraverso il passetto, un camminamento sopraelevato e fortificato, somigliante con la sua struttura su archi di pietra a un antico acquedotto, che, scavalcando il rione di Borgo Pio, mette in comunicazione il palazzo papale con la fortezza di Castel Sant’Angelo. È stato costruito proprio per i casi di emergenza. Ancora oggi su alcune parti del muro sono impressi i segni degli archibugi.

“(I romani) Si mettevano in fuga e molti correvano al castello, di modo che i borghi restarono totalmente abbandonati in preda ai vincitori”. (Francesco Guicciardini – Storia d’Italia).

Arrivammo al portone del castello con grandissime difficoltà, perché il signor Renzo da Ceri e il signor Orazio Baglioni ferivano e ammazzavano tutti i loro soldati che scappavano e si combatteva sotto le mura. Quando giungemmo al portone erano entrati a Roma una parte dei nemici, ma li avevamo alle spalle. Così, mentre era salito su al mastio, Papa Clemente nel medesimo tempo era entrato nel castello per i corridoi, perché non sera voluto partire prima dal palazzo di san Pietro, non potendo credere che coloro entrassero”. (Benvenuto Cellini, La vita).

Tremila persone arrivano a Castel Sant’Angelo, mentre una folla di romani che cerca scampo dalla devastazione del quartiere Borgo, che è quella zona di Roma che si trova tra il Vaticano e Castel Sant’Angelo, batte sulla porta del portone, implorando di aprire inutilmente, perché il portone di Castel Sant’Angelo resta chiuso.

In questo frastuono infernale, gli unici che stanno zitti, sono i cannoni del papa, sistemati tutto intorno al perimetro di Castel Sant’Angelo e lo fanno per una ragione terribile.

Non sparano per paura di colpire i loro famigliari che gli imperiali hanno trascinato sotto le mura e stanno usando come scudi umani

A raccontarci la cronaca di questi istanti concitanti del sacco è Benvenuto Cellini che descrive il momento in cui il suo sguardo si posa su Giuliano Fiorentino, un cannoniere del papa.

Questo Giuliano affacciatosi lì al merlo del castello, vedeva la sua povera casa mentre veniva saccheggiata, e vedeva anche straziare la moglie e i figlioli; in modo che, per non colpire i suoi, non ardiva sparare le sue artiglierie e gettata la miccia per terra si straziava il viso”. (Benvenuto Cellini, La vita).

Sono passate ormai molte ore dall’inizio della battaglia e dalla devastazione del quartiere Borgo.

Le truppe imperiali ora si riuniscono proprio davanti al castello dove si è rifugiato il Papa. Nel frattempo, dopo la morte del loro comandante Carlo di Borbone, si sono organizzate nel seguente modo:

  • I soldati spagnoli e i Lanzichenecchi passano sotto il controllo del principe Filiberto d’Orange, il quale avrà molta difficoltà a tenere sotto controllo soprattutto i Lanzichenecchi;
  • I soldati italiani passano agli ordini di Ferrante Gonzaga, un capitano che serve l’imperatore fin da quando era giovanissimo. Ferrante è figlio di Isabella d’Este, marchese di Mantova: anche lei si trova a Roma, ospite a Palazzo Colonna.

Gli imperiali sanno che Castel Sant’Angelo è imprendibile, quindi non ci provano neanche ad espugnarlo.

Nonostante il bottino imponente già raccolto in Vaticano, gli imperiali decidono che è arrivato il momento di passare dall’altra parte del Tevere, per depredare il resto della città.

Vorrebbero attraversare il fiume attraverso ponte Sant’Angelo che è di fronte a Castel Sant’Angelo, ma non possono perché la nebbia si è ormai diradata e i cannoni del papa dal castello li tengono sotto tiro e glielo impediscono.

Non riuscendo a passare dal ponte dell’Angelo, gli imperiali si separano ancora una volta.

Gli italiani di Ferrante Gonzaga restano a presidiare l’area del Vaticano mentre i tedeschi e gli spagnoli assalgono sul quartiere Trastevere. Attaccano porta San Pancrazio e porta Settimiana, occupano Trastevere, poi radunano le loro forze e si presentano intorno alle 17,30 su ponte Sisto, per dare inizio all’ultima battaglia, per la presa completa della città.

A difendere ponte Sisto c’é solo uno sparuto gruppo di cavalieri, guidati dal nobile romano Giulio Vailati. Ha uno stendardo con ricamate in oro “Per la fede e per la patria” e in una sorta di gesto suicida, si lancia contro gli imperiali, come sperando che il suo sacrificio venga premiato dal cielo.

La battaglia finisce male per i romani: gli imperiali travolgono le difese, passano il ponte e straripano tra le vie e i vicoli e i palazzi di Campo Marzio e la paura si diffonde subito.

Era entrata a Roma una turba così disordinata di varie nazioni e lingue, che non obbediva più ai suoi superiori avendo perso il suo comandante e, sopravvenendo in tanta afflizione la notte, era tale il nostro terrore e lo spavento, che ognuno di noi portava dipinto sulla fronte la paura e la morte”. (Marcello Alberini, I Ricordi).

In questa situazione catastrofica neanche i Colonna, storici alleati dell’imperatore Carlo V si sentono al sicuro e si chiudono nel loro palazzo.

Addirittura, Ferrante Gonzaga, il comandante delle truppe italiane di occupazione, è costretto a pagare i suoi alleati tedeschi perché risparmino palazzo Colonna dove, tra l’altro, si trova sua madre Isabella d’Este.

Anche palazzo Farnese viene risparmiato per via del fatto che i due figli di Alessandro Farnese, uno, Ranuccio Farnese, si era schierato con Clemente VII, mentre l’altro Pier Luigi Farnese, comandante tra i Lanzichenecchi, appena entrato in Roma, si acquartierò subito nel palazzo.

Così, i palazzi Farnese e Colonna diventarono centri d’accoglienza per rifugiati che accorrono da tutte le parti: il resto della città viene invece preso d’assalto e dato alle fiamme.

Sono pochissime le case che non vengono toccate dal saccheggio. Il francese Grolier che era riuscito a trovare rifugio presso la casa di un vescovo spagnolo fedele all’imperatore scriverà: “Dappertutto grida feroci, strepito d’armi, stridi e gemiti e pianti di donne e di bambini, crepitar di fiamme, rimbombo di case che crollavano: e noi stavamo come insensati dalla paura e tendevamo l’orecchio come se fossimo salvi da quell’orrenda calamità per mirare la ruina della patria”.

La maggior parte dei soldati imperiali andò all’assalto della citta di Roma per ottenere un bottino, ma sono soprattutto i mercenari tedeschi e cioè i Lanzichenecchi in maggioranza luterani a scatenare la loro furia, resa ancora più feroce dal fanatismo religioso. Per loro quelle violenze sono una punizione divina giusta contro il malcostume della chiesa. Ed è per questo che profanano le reliquie e gli oggetti di culto e fanno irruzione nelle chiese e nei conventi dove danno la caccia ai frati e alle monache.

Si sentivano le grida e le urla miserabili delle donne romane e delle monache, portate via dai soldati per saziare la loro libidine” (Benvenuto Cellini, La vita)

Oltre alle violenze sulle persone, ci sono le rapine nelle case nei luoghi sacri nelle biblioteche e alla fine gli oggetti razziati vengono messi in vendita in mercatini improvvisati a ponte Sisto, a Borgo e a Campo dei Fiori.

Sarebbe impossibile narrare le sventure subite dalla città e descrivere la grandezza della preda, dato che nelle case erano accumulate tante ricchezze e tante cose preziose e rare, di cortigiani e di mercanti. La preda risultò però ancora maggiore a causa della qualità del numero grande dei prigionieri che si ebbero, ciascuno dei quali venne liberato dietro pagamento di un grossissimo riscatto: a ciò si aggiungano la miseria e l’infamia, che molti prelati presi dai soldati, in particolare da fanti tedeschi, che per odio del nome della Chiesa romana, erano crudeli e insolenti, mentre con le insegne della loro carica erano portati in giro su bestie vili per tutta Roma; molti tormentati, crudelissimamente, o morirono in mezzo ai tormenti o vennero trattati in tal modo, che, pagata che ebbero la somma del riscatto, finirono dopo pochi giorni la vita. (Francesco Guicciardini – Storia d’Italia – Libro 18, Cap. 8)

L’occupazione e il Sacco va avanti per dieci mesi e alla fine il bilancio è impressionante. Nelle stanze vaticane dove bivaccano, durante il Sacco, soprattutto i Lanzichenecchi, per scaldarsi durante l’inverno bruciano tutti gli arredi in legno poi devastano le biblioteche, smantellano i marmi, le colonne e i fregi, mandano in frantumi vetrate preziosissime, per ricavarne il piombo per i loro archibugi.

Le opere d’arte vengono anche depredate spesso su commissione. L’esempio più famoso sono gli arazzi della Cappella Sistina, realizzati dai cartoni disegnati da Raffaello che  vengono rubati e rivenduti. Isabella d’Este dal suo rifugio a Palazzo Colonna manda a suo figlio, Ferrante Gonzaga 500 scudi per ricomprarli dagli spagnoli.

Nella loro furia gli imperiali distruggono anche le fontane, lasciando Roma senz’acqua. La mancanza d’acqua contribuisce al diffondersi delle epidemie.

Alla fine del Sacco il bilancio delle vittime tra quelle morte nei combattimenti e nei saccheggi e quelle uccise dalla peste e dalle altre malattie è altissimo.

Secondo il censimento del 1526 – 1527 a Roma ci sono 53.000 abitanti. Alla partenza delle truppe imperiali che avvenne il 18 febbraio 1528, ne restano vivi meno di 30.000.

Restò Roma spogliata, dall’esercito, non solo di una parte grande degli abitatori, con tante case desolate e distrutte, ma anche spogliata di statue, di colonne, di pietre singolari e di molti ornamenti dell’antichità”. (Francesco Guicciardini – Storia d’Italia – Libro 18, Cap. 17)

Anche tra gli imperiali che lasciarono Roma, ci furono molte vittime, circa la metà di quelli che erano arrivati.

Carlo V che probabilmente non aveva dato l’ordine di assalire Roma, non fece comunque nulla per impedirlo, o almeno per mettere fine velocemente al saccheggio. Inoltre, approfittò della situazione per limitare pesantemente l’autonomia del papa che dovette infatti accettare l’occupazione di diversi possedimenti dello stato della Chiesa nonché pagare una notevole somma di denaro.

Nel 1530 Clemente VII mette una pietra definitiva sulla sua discordia con Carlo V, quando lo incorona a Bologna nella basilica di San Petronio, Imperatore del Sacro Romano Impero.

Il Sacco di Roma con il suo contorno di omicidi e violenze di ogni tipo, segna la fine di un’epoca: segna la fine dell’inviolabilità della città santa e l’inizio del declino del Rinascimento e della supremazia culturale della città di Roma e della penisola Italiana.

 


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