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Lucio Anneo Seneca – uno scrittore straordinario

La vita e le opere di un filosofo dell’antichità capace di offrire risposte adeguate alle attuali inquietudini di oggi

Lucio Anneo Seneca (4. a.C. – 65 d.C.) è stato un grande filosofo e contemporaneamente uno scrittore straordinario, che grazie alla sua capacità di scrittura ha lasciato un grande segno nel corso dei secoli.

In particolare, nelle sue opere, I Dialoghi e le Epistole a Lucilio, si trovano numerose anticipazioni e corrispondenze, che sembrano offrire risposte adeguate alle inquietudini del mondo in cui viviamo oggi.

Egli non solo aveva una grande ricchezza intellettuale ma sapeva comunicare e farsi leggere, una virtù straordinaria che è arrivata fino ai giorni nostri.

Odiato dall’imperatore Caligola, esiliato dall’imperatore Claudio, richiamato da Agrippina, posto al vertice della gerarchia politica, al fianco del giovane imperatore Nerone, prima del disaccordo con lui e infine dell’ordine di morte ricevuta durante la repressione della congiura del senatore Pisone, Seneca ebbe una fortuna a fasi alterne che lo portò molto in alto e molto in basso.

 

Le origini e la vita di Seneca

Seneca nasce a Cordova, in Spagna, nel 4 a.C. da una famiglia provinciale, benestante di rango equestre.

È figlio di Seneca il Vecchio, detto il Retore in quanto autore di un’opera sulla retorica.

Ancora bambino Seneca viene portato a Roma dal padre, insieme ai suoi due fratelli, dove svolge e completa la sua formazione retorica e filosofica presso la scuola di Papiro Fabiano, retore e filosofo che lo avvia allo stoicismo.

Di salute cagionevole, aveva dei terribili attacchi d’asma, tanto che molto giovane si trasferì nel 19 d.C. in Egitto, ospite di una sorella di sua madre, proprio per cercare di risolvere questi problemi di salute. Vi rimarrà più di undici anni, ritornando a Roma nel 31 d.C., alla vigilia della caduta del prefetto del pretorio Lucio Elio Seiano, il dispotico ministro di Tiberio: si tratta del prefetto che farà processare e condannare il favolista Fedro, con una falsa accusa, per via del carattere satirico di alcuni suoi componimenti.

Nonostante la sua indole e gli insegnamenti dei suoi maestri lo facciano propendere per la vita contemplativa di studioso, nel 38 d.C., Seneca, dopo essere stato introdotto presso l’ambiente dell’imperatore Caligola, intraprende la carriera politica, divenendo prima questore e poi nel 39 d.C. uno dei senatori più in vista dell’epoca.

Oratore di successo, ammirato ed acclamato, suscita l’invidia dell’imperatore Caligola, che dapprima lo condanna a morte e, successivamente, lo grazia su richiesta di una donna molto potente a corte (per alcuni storici sarebbe una zia di Caligola) che fa notare al principe come Seneca, per la malferma salute, non ha molto da vivere.

Seneca si guadagna anche le antipatie dell’imperatore successivo, Claudio che, dietro pressioni di sua moglie Messalina, lo condanna nel 41 d.C. all’esilio in Corsica, per l’adulterio con Giulia Livilla, la sorella di Caligola, odiata da Messalina che vedeva in lei una rivale e alla confisca della metà del suo patrimonio.

In Corsica vi rimane, per otto anni, fino al 49 d.C., quando viene richiamato a Roma grazie all’intervento della nuova moglie dell’imperatore Claudio, Agrippina, madre di Nerone e sorella di Giulia Livilla.

Agrippina aveva un progetto politico ben chiaro e cioè far sì che suo marito, l’imperatore Claudio adottasse suo figlio Nerone e lo scegliesse come successore al posto del figlio legittimo di Claudio, Britannico.

Per legare suo figlio Nerone alla famiglia imperiale, persuade il marito Claudio a dare in moglie la figlia Ottavia a Nerone. In aggiunta ottiene che Seneca diventi il precettore di Nerone.

Il capolavoro politico di Agrippina è l’allontanamento dal trono del figlio maschio di Claudio, Britannico, insistendo sulla salute cagionevole del ragazzo, vittima di attacchi di epilessia, affermando che non può diventare imperatore. L’imperatore inizialmente cede, ma poi ci ripensa quindi Agrippina fa assassinare Claudio nel 54 a.C., avvelenandolo.

Nerone diventa quindi imperatore e Seneca, che richiamato dall’esilio, era diventato il suo precettore, riveste il ruolo di consigliere politico di un sovrano non ancora diciottenne, diventando così, insieme a Agrippina e al prefetto del pretorio, Sestio Afranio Burro, che cura l’istruzione militare di Nerone, il vero reggente dell’impero in quegli anni.

Tutti gli scrittori storici latini, in particolare Tacito e Svetonio, concordano che inizialmente funziona tutto: infatti i primi cinque anni di impero di Nerone verranno definiti il quinquennio felice e il sovrano sembrava avviato grazie anche all’ausilio morale, spirituale e culturale di Seneca ad una sana e saggia guida dell’impero.

Purtroppo, queste speranze crollano miseramente. Con il tempo in Nerone emerge la follia: inizia a liberarsi di tutti i suoi oppositori, uccidendoli, a cominciare dal suo fratellastro Britannico.

Nel 59 a.C. Nerone, già da tempo in contrasto con sua madre Agrippina, di cui non sopportava più le ingerenze, ne decreta la morte.

In questo matricidio, non si sa con esattezza quale ruolo abbia avuto Seneca. Secondo gli storici, tuttavia, egli non poté non essere, almeno in qualche misura, complice e corresponsabile.

Tolta di mezzo lei, sempre secondo gli storici Tacito e Svetonio, Nerone comincia a governare in modo dispotico Roma, dimostrandosi un principe tutt’altro che saggio, illuminato e clemente come sperava Seneca. A quel punto lo stesso Seneca viene emarginato: Nerone, infatti, diventa sempre più sospettoso ed insofferente ad ogni tutela.

Nel 62 d.C., Seneca, in occasione della morte del prefetto del pretorio, Burro, avvenuta in circostanze misteriose (alcuni storici, tra cui Tacito che lo riporta nella sua opera, Annali, sospettano per avvelenamento da parte dell’imperatore), chiede espressamente a Nerone il permesso di abbandonare per ragioni di età e di salute, ogni attività pubblica e di ritirarsi a vita privata, dedicandosi esclusivamente ai suoi studi.

L’isolamento ostentato di Seneca e i nuovi intrighi di corte rendono Nerone, sempre più dispotico e diffidente nei suoi confronti.

A seguito di una fallita congiura, organizzata dal senatore Gaio Calpurnio Pisone nel 65 d.C., Seneca viene accusato ingiustamente di tradimento e riceve da Nerone l’ordine di togliersi la vita.

Tra i numerosi personaggi coinvolti nella congiura di Pisone, vi sono:

  • Anneo Mela, fratello di Seneca e padre di un personaggio della letteratura latina, Lucio Anneo Lucano, l’autore della Farsaglia (conosciuta anche come, Guerra civile) . Pure Lucano che all’epoca aveva 26 anni morirà per ordine di Nerone);
  • Petronio, autore del romanzo Satyricon.

 

Le opere di Seneca

Seneca nel corso della sua vita ha scritto molte opere importanti. Le possiamo distinguere tra; Dialoghi, Trattati, Epistole, Tragedie e Satire.

 

I Dialoghi

Un gruppo di dieci opere di argomento filosofico ci è pervenuto sotto il titolo complessivo di Dialoghi. Nove di queste opere sono in un libro solo. Solo il De ira è in tre libri. Non si sa come si sia formata questa raccolta, né se il titolo Dialoghi risalga a Seneca. Tali opere sono:

  • De Consolatione ad Marciam – (discorso consolatorio rivolto a Marcia). L’opera più antica di Seneca, scritta prima dell’esilio in Corsica, forse nel 37. In essa Seneca si propone di consolare Marcia, una donna dell’alta società romana (figlia dello storico Cremuzio Cordo), che aveva perduto il giovane figlio Metilio;
  • Consolatio ad Helviam matrem – scritto intorno al 42 d.C. all’inizio dell’esilio in Corsica. È un’opera dedicata alla madre Elvia, che soffre per la sua condanna e per la lontananza. Il concetto è che la sua condizione di esiliato non merita molte lacrime, perché l’esilio non è un male ma un semplice mutamento di luogo, che non può togliere all’uomo l’unico vero bene: la virtù. Del resto, il saggio ha come patria il mondo intero;
  • Consolatio ad Polybium – scritta intorno al 43 d.C. È un’opera dedicata al potente liberto dell’imperatore Claudio in occasione della morte di un fratello. E’ inteso a perorare il ritorno dall’esilio. In quest’opera Seneca si profonde in elogi non solo del liberto Polibio e del fratello morto, ma soprattutto dell’imperatore Claudio, di cui esalta le imprese militari e alla cui giustizia e clemenza si affida nella speranza di ottenere la grazia;
  • De ira – scritta intorno al 41 d.C. È un trattato in cui Seneca si propone di combattere l’ira, passione tra le più odiose, pericolose e fatali. L’ira non è mai accettabile, né utile, in quanto è prodotta da un impulso che offusca la ragione. Per Seneca l’ira ha manifestazioni molto simili alla follia. Egli indica i rimedi per prevenirla e pacarla;
  • De brevitate vitae (la brevità della vita) – scritta intorno al 49 d.C., l’anno in cui torna dall’esilio. In quest’opera sostiene che gli uomini hanno torto a lamentarsi per la brevità del tempo assegnato dalla natura alla loro esistenza. Per Seneca in realtà la vita, se sai farne buon uso, è lunga. Il fatto è che la maggior parte degli uomini la spreca, dissipandola in occupazioni frivole e vane.
  • De vita beata (la felicità) – scritta nel periodo in cui era al potere come collaboratore dell’imperatore Nerone. In quest’opera Seneca ci ricorda che la vita felice è fondata sulla virtù e non sul piacere;
  • De tranquillitate animi (La tranquillità dell’animo) – scritta nel periodo in cui era al potere a fianco di Nerone. Dopo aver fatto una descrizione dei sintomi e delle manifestazioni di un animo inqueto e insoddisfatto, Seneca indica alcuni rimedi pratici che aiutano a raggiungere la tranquillità dell’animo;
  • De otio (la vita contemplativa) – scritta a ridosso del suo ritiro dalla politica, è un’opera pervenutaci in forma abbastanza lacunosa. Per Seneca sia nella vita attiva, sia nella contemplazione, si può giovare agli altri;
  • De providentia (La provvidenza) – di datazione incerta. È dedicata a Lucilio, il destinatario delle “Lettere”. In quest’opera risponde a Lucilio che gli chiede il perché sono sempre le persone buone ad essere colpite dai mali;
  • De constantia sapientis (La costanza del saggio) – di datazione incerta. Per Seneca il saggio non può ricevere alcun oltraggio e offesa dai vili, in quanto la virtù è invulnerabile.

 

I Trattati

In aggiunta agli Annali, sopraindicati, ci sono altre tre opere di Seneca, che vengono catalogate sotto il nome di Trattati:

  • De clementia (La clemenza) – scritta intorno al 55 d.C. Si tratta di un trattato di filosofia politica in cui Seneca, esalta la monarchia illuminata. L’opera ebbe un grande successo ed esercitò un notevole influsso sul pensiero politico successivo, specialmente in età moderna;
  • De beneficiis (I benefici) – In quest’opera composta da sette libri, Seneca spiega il corretto modo di fare e ricevere benefici. Si parla di temi quali: l’aiuto reciproco, dei doveri del superiore verso gli inferiori, della riconoscenza e della gratitudine.
  • Naturales quaestiones (Questioni naturali) – Si tratta di un trattato sui fenomeni atmosferici e naturali, scritto in sette libri. Il trattato è dedicato a Lucilio, il destinatario delle Epistole, l’opera filosofica più importante di Seneca.

 

Le Epistole a Lucilio

Come già accennato l’opera più importante di Seneca è: Epistulae morales ad Lucilium (Lettere morali a Lucilio). Si tratta di una straordinaria opera filosofica di lettere scritte da Seneca dopo il ritiro dall’attività politica, dunque tra il 62 e il 65 d.C. Se ne sono conservate, con qualche lacuna, 124, distribuite in venti libri.

Le Epistole sono rivolte a un personaggio che si chiama Lucilio Iuniore, di cui sappiamo pochissimo; probabilmente un discepolo o un giovane amico. Ci sono solo le lettere di Seneca a Lucilio, non quelle di Lucilio a Seneca.

Le lettere, di varia ampiezza, esprimono la sua visione della vita e dell’uomo. Seneca, rivolgendosi a Lucilio fornisce spiegazioni e consigli su come affrontare la vita, il male, il bene e come far fronte alla paura della morte.

In realtà Seneca scrive per giovare non solo all’amico Lucilio, ma anche a se stesso e soprattutto ai posteri, come afferma chiaramente nella lettera 8: “Mi sono ritirato non solo dagli uomini, ma anche dagli affari; lavoro per i posteri; scrivo cose che possano essere utili a loro. Affido ai miei scritti consigli salutari (…). Insegno agli altri la giusta via che ho conosciuto tardi, dopo un faticoso errare”.

E’ ancora da notare che in queste lettere Seneca non si sottrae all’esporre le proprie debolezze all’analisi di Lucilio e dei lettori, mostrandosi sia come maestro di vita  sia come una persona alla ricerca di miglioramento.

Riguardo le Epistole a Lucilio, leggi anche l’articolo: Utilizzo del tempo, per Seneca

 

Le tragedie

Si tratta di dieci tragedie. Nove sono di argomento mitologico. Incerta è la loro datazione. Gli storici pensano che siano state scritte, almeno in parte, nel periodo in cui Seneca era a fianco di Nerone, per mettere dinanzi agli occhi del giovane principe gli effetti deleteri del potere dispotico e delle passioni sregolate. In quasi tutte le tragedie è infatti presente la figura del tiranno, evidenziata in termini violentemente negativi.

Le tragedie più importanti sono:

  • Agamemnon (Agamennone) – Raffigura la vicenda dell’omonima tragedia di Eschilo: l’uccisione di Agamennone, Re di Argo, tornato vittorioso dalla conquista di Troia, per mano della moglie Clitennestra;
  • Hercules furens (Ercole furioso) – Riproduce la vicenda dell’Eracle di Euripide: Ercole, in un accesso di follia, massacra i figli e la moglie: poi, rinsavito, vorrebbe uccidersi, ma è trattenuto dal padre Anfitrione e dall’amico Teseo;
  • Oedipus (Edipo) – Rappresenta, con alcune varianti, la trama dell’Edipo, re di Sofocle: Edipo re di Tebe, apprende con disperazione di avere, senza saperlo, ucciso il proprio padre, Laio, e sposato la propria madre, Giocasta;
  • Phoenissae (Le Fenicie) – si ispira nuovamente al mito tebano di Edipo e all’odio che oppone i suoi due figli Etèocle e Polinice. Purtroppo, è un testo che non ci è arrivato completo.
  • Troades (Le Troiane) – Riproduce la vicenda delle donne troiane prigioniere dei Greci che piangono la loro sorte infelice e subiscono le tragiche sofferenze della sconfitta;
  • Medea (Medea) – Furiosa per essere stata abbandonata da Giasone, che sta per sposare la figlia di Creonte, re di Corinto, Medea (che ha aiutato Giasone a conquistare il vello d’oro), servendosi delle sue arti magiche, provoca la morte di Creonte e della figlia;
  • Phaedra (Fedra) – Moglie di Teseo, re di Atene, Fedra soccombe a una folle passione per il figliastro Ippolito e gli dichiara il suo amore. Respinta, si vendica accusando il giovane di aver cercato di usarle violenza;
  • Thyestes (Tieste) – Il tiranno Atreo, furioso contro il fratello Tieste che gli ha sedotto la moglie e insidiato il regno, finge una riconciliazione e fa tornare Tieste e i suoi figli per potersi vendicare: uccide i nipoti, ne cuoce le carni e le imbandisce al fratello durante un banchetto, svelandogli subito dopo l’atroce verità.

 

Le Satire

Tra le satire di Seneca, arrivate ai giorni nostri, vi è quella scritta in occasione della morte dell’imperatore Claudio.

Il titolo latino che compare in alcuni codici è: Ludus de morte Claudii, dove ludus ha il significato di gioco o scherzo. La satira è però maggiormente conosciuta con il titolo greco, Apokolokyntosis.

Ora poiché kolokynte in greco significa “zucca”, si ritiene che la sua traduzione italiana sia “inzuccatura”, nel senso di “trasformazione in zucca” o “deificazione di una zucca” ovvero “divinizzazione di quello zuccone di Claudio”.

Seneca odiava e disprezzava Claudio in quanto era da lui stato costretto all’esilio in Corsica per ben otto anni. Alla morte di questi nel 54 d.C., dietro richiesta di Nerone, fu costretto a scrivere l’elogio funebre che sarà letto da Nerone durante i funerali.

Seneca, quindi, volle rifarsi nei confronti di Claudio attraverso la scrittura di questa satira, che avrà molto successo.

Il racconto comincia dal momento in cui le Parche recidono finalmente il filo della vita di Claudio e Apollo intona un canto di gioia per l’inizio del regno felice di Nerone.

Mentre sulla terra tutti esultano, Claudio, in quanto imperatore, si reca in cielo e si presenta a Giove, ma non viene riconosciuto perché parla in modo incomprensibile.

Giove affida quindi ad Ercole l’incarico di capire chi sia costui. Ercole, spaventato dall’aspetto mostruoso di quel grottesco personaggio, si prepara alla sua tredicesima fatica.

Dopo diverse discussioni emerge che Claudio in quanto talmente stupido, balbuziente, zoppo e cattivo, non può stare con gli altri dei. E allora Mercurio lo prende, se lo trascina agli inferi e lungo la strada Claudio vede un funerale e dice: “Ma di chi è questo funerale?”.  “Il funerale è tuo, Claudio”. “Ah, vuoi vedere che sono morto!”

Arrivato agli inferi, Claudio verrà ricevuto da tutte le sue vittime e subirà un processo sommario, come quelli che era solito fare sulla terra.

 


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