Perché Cicerone fu ucciso?
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Perché Cicerone fu ucciso?

Le cause di un delitto politico

Marco Tullio Cicerone (106 – 43 a.C.) fu ucciso all’età di 63 anni, il 7 dicembre del 43 a.C. nei pressi della spiaggia di Gaeta, da dei sicari giunti da Roma dopo che il suo nome fu scritto nelle liste di proscrizione. Essere su quelle liste significava avere una taglia sulla testa.

In quei luoghi (a Formia) aveva una casa e probabilmente era sua intenzione imbarcarsi al più presto da Gaeta per raggiungere Marco Giunio Bruto e Gaio Cassio Longino che si trovavano in Oriente così da mettersi sotto la loro protezione.

Ma perché il nome di Cicerone, a dicembre del 43 a.C. era stato inserito sulle liste di prescrizione, che ne determinarono automaticamente la morte?

Rispondere a questa domanda non è facile, anche perché: la storia personale di Cicerone, della città di Roma e della repubblica romana, che in quel dicembre del 43 a.C. stava vivendo gli ultimi momenti di una storia durata quasi cinque secoli, si intrecciano in modo inestricabile.

Per spiegarlo bene bisogna quindi partire da un po’ più lontano, esattamente dal 509 a.C., da quando una rivolta popolare, organizzata da esponenti di spicco dell’aristocrazia, aveva cacciato l’ultimo dei sette re di Roma (Lucio Tarquinio) bollato per sempre come “Tarquinio il Superbo”, instaurando un sistema politico che i Romani chiameranno repubblica, ma che affidava di fatto il potere a una cerchia ristretta di famiglie possidenti.

 

I primi squilibri nella società romana, dopo le guerre di conquista

A partire dal 509 a.C. (data della cacciata dell’ultimo re di Roma, Tarquino il superbo ed instaurazione di una repubblica oligarchica) il regime repubblicano romano aveva manifestato una straordinaria capacità espansiva. Da una campagna militare all’altra, da un fronte all’altro, Roma si trovò a capo di un vasto territorio che comprendeva entrambe le sponde del Mediterraneo.

Dalle province confluivano nella capitale ingenti ricchezze, derivate dai bottini di guerra, dalle tasse imposte ai popoli conquistati e dallo sfruttamento delle risorse dei loro territori. Con l’arrivo di tutte queste ricchezze, la società romana inizia a subire profonde trasformazioni e forti squilibri economici all’interno della società.

Le classi sociali più elevate e soprattutto i senatori si arricchirono enormemente, anche grazie alle terre di recente conquista, distribuite dal senato ai soli membri della nobiltà. I terreni agricoli erano, dunque, concentrati nelle mani di poche famiglie che poi li facevano coltivare dagli schiavi, che le guerre di conquista avevano procurato in grande quantità.

Tutto ciò mandò in crisi la classe dei piccoli e medi proprietari terrieri, e anche i semplici contadini persero il lavoro, sostituiti dagli schiavi nelle grandi proprietà patrizie.

In questo modo su Roma si riverso dalle campagne una folla di disoccupati, che andò a ingrossare le fila della plebe e che non aveva grandi prospettive di migliorare la propria condizione sociale.

Il malcontento in città esplodeva in ricorrenti ribellioni, che il governo non sapeva placare se non con saltuarie distribuzioni di grano a spese pubbliche.

Passati tre secoli e mezzo da quel 509 a.C.  quel sistema che aveva funzionato così bene e che si era dimostrato in grado di resistere a eventi traumatici come la terribile Seconda guerra punica (quando a partire dal 218 a.C. e per dieci anni un esercito cartaginese comandato da Annibale Barca era rimasto all’interno dell’Italia ed a un passo da Roma), comincia ad entrare in crisi.

 

Le prime crepe all’interno della repubblica aristocratica

Tra le trasformazioni sociali portate dall’espansione territoriale di Roma vi fu anche la nascita di una classe di nuovi ricchi, i cavalieri (gli equites) – commercianti, funzionari delle province ed esattori delle tasse – che avevano tratto grandi vantaggi delle conquiste e dai nuovi mercati.

Quando i cavalieri tentarono di rivendicare un ruolo politico all’interno della repubblica, da sempre gestita dai ceti più nobili, fu inevitabile la nascita di un conflitto politico, su come bisognava porre mano a quella crisi che si era creata e su come doveva essere gestito il futuro.

Di fronte a questa situazione, l’élite aristocratica si spaccò. Si crearono due fazioni, interne all’aristocrazia:

  • Ottimati – (detti “i migliori”). Si tratta di un’ala più oltranzista, decisa a difendere, a tutti i costi, la propria posizione di privilegio.
  • Popolari – (detti “uomini nuovi”) Non erano una composizione ben definita. Anche se molti di essi erano nobili, vennero così chiamati in quanto nella maggior parte dei casi di trattava di persone i cui antenati erano persone comuni, non nobili, e quindi non erano mai stati consoli o membri del senato. Si trattava di un’ala più sensibile e consapevole. Persuasa che per conservare il proprio ruolo di classe dirigente occorresse cedere alcune quote di potere, accettare l’allargamento della base di reclutamento dell’élite, accogliere almeno in parte le richieste provenienti da italici e provinciali, arginare l’impoverimento dei ceti subalterni.

Le prime serie crepe che mineranno la solidità di quell’edificio repubblicano, con il suo equilibrio di poteri dall’apparenza solida, iniziarono però solo nel 133 a.C.

A partire da tale data queste due fazioni della classe dirigente romana (Ottimati e Popolari), si affronteranno a più riprese, in quella che fu, di fatto, una guerra civile che durerà fino al dicembre del 43 a.C., data in cui quella repubblica aristocratica conoscerà la fine di una lunghissima storia durata quasi cinque secoli e che avrà in Marco Tullio Cicerone la sua vittima più illustre.

 

I tentativi di riforma dei gracchi falliscono

Ma cosa è accaduto nel 133 a.C., da iniziare a minare gli equilibri interni alla società?

Successe che Tiberio Gracco, appartenente ad una delle famiglie più importanti di Roma, ma aderente alla fazione dei popolari, nominato quell’anno tribuno della plebe, al fine di porre fine alla crescente povertà del popolo, propose delle leggi a favore dei contadini.

Le norme ideate da Tiberio prevedevano la distribuzione, ai cittadini poveri, di piccoli appezzamenti di terre pubbliche e la concessione di un indennizzo a coloro che nel frattempo le avevano occupate

Ma i grandi proprietari terrieri appartenenti alle classi più elevate si opposero violentemente a questa norma

Accusato di voler usare la plebe per ottenere il comando assoluto, Tiberio fu assassinato dai suoi oppositori, fedeli alla fazione degli Ottimati, durante un tumulto avvenuto sempre ne 133 a.C.

Dieci anni più tardi Gaio Gracco, fratello di Tiberio, avanzò delle nuove proposte di riforma in favore della plebe, ma la sua azione politica suscitò tumulti tali, all’interno dell’aristocrazia, da costringere il Senato a dichiararlo nemico pubblico. Gaio preferirà togliersi la vita piuttosto che essere ucciso.

 

Gli scontri tra ottimati e popolari degenerano in guerra civile

Dopo la morte dei Gracchi, le tensioni interne a Roma non fecero che aumentare, finché il potere non venne assunto da alcuni comandanti militari che si imposero sulla scena politica.

Gli uomini che si contendevano il potere erano due:

  • Lucio Cornelio Silla, appoggiato dagli ottimati, decisamente a favore dei ceti possidenti;
  • Caio Mario, un generale di origine plebea sostenuto dei popolari.

La popolarità di Mario tra i popolari era enorme, grazie alla riforma che aveva introdotto nell’esercito secondo la quale anche i cittadini più poveri potevano arruolarsi ricevendo in cambio uno stipendio fisso, il soldo (da qui deriva la parola “soldato”).

In questo modo l’esercito era formato da soldati di professione, che potevano diventare strumento di potere nelle mani di generali ambiziosi.

Tra il generale e i suoi soldati, infatti, si veniva a creare un legame personale, che poteva persino essere usato in contrapposizione allo Stato.

Dopo un’aspra guerra civile (83 – 88 a.C.) tra i sostenitori dei due politici, alla fine prevalse Silla, che nel’ 82 a.C. si fece nominare dittatore a vita.

Strumento di questo colpo di Stato fu l’inedita interpretazione di un vecchio arnese istituzionale romano: la dittatura. In origine era una magistratura pro tempore, assunta per la durata massima di sei mesi in situazioni di pressante emergenza politico-militare.

Nelle mani di Silla la dittatura divenne una carica vitalizia, che cancellava ogni altro potere concorrente e poneva dunque il suo detentore in una posizione costituzionale abbastanza forte da consentirgli di realizzare il suo programma.

Un programma il cui aspetto più raccapricciante fu rappresentato dalle famigerate liste di proscrizione, affisse pubblicamente nel Foro e recanti elenchi di avversari personali e nemici politici la cui liquidazione non solo era impunita, ma dava titolo a ricevere premi e ricompense.

Con grande sorpresa di tutti, Silla, lascerà volontariamente la vita politica nel 79 a.C. per ritirarsi a vita privata nella propria villa di campagna. Morirà un anno dopo (78 a.C.) di morte naturale.

 

Grasso, Pompeo e Cesare danno vita al primo triumvirato

Dopo l’uscita di scena di Silla, emergeranno, un po’ alla volta, tre nuovi protagonisti della vita politica romana:

  • Marco Licinio Crasso, che aveva stroncato la ribellione degli schiavi nell’Italia meridionale guidata da Spartaco tra il 73 e il 71 a.C.
  • Gneo Pompeo Magno, che si era distinto nella lotta contro i pirati nel Mediterraneo e aveva ristabilito la pace in Asia, conquistando nuovi territori in Siria e Palestina tra il 66 e il 63 a.C.
  • Gaio Giulio Cesare, di famiglia nobile, che si schierò con il partito dei popolari.

Nel 60 a.C. strinsero un patto privato a tre, il primo triumvirato, che li impegnava ad aiutarsi a vicenda per raggiungere i propri obiettivi.

  • L’obiettivo di Pompeo era avere più terre per i soldati, al fine di ottenere la loro fedeltà.
  • Quello di Crasso era di ottenere il governo di una provincia.
  • Quello di Cesare era diventare console e aumentare la propria popolarità attraverso la conquista di nuovi territori.

Eletto console nel 59 a.C. Cesare si fece nominare proconsole della Gallia Cisalpina (la parte settentrionale dell’Italia, quella che va dagli Appennini alle Alpi) e partì alla conquista della Gallia Transalpina, l’attuale Francia.

In soli sette anni, tra il 58 e il 51 a.C. Cesare riuscì a conquistare la Gallia e si spinse fino in Belgio e in Britannia, dove i Romani non erano mai approdati.

La sua fama suscitò l’invidia di Pompeo, che considerò rotto il patto del triunvirato (Crasso, nel frattempo, era morto nel 53 a.C. combattendo in oriente contro i Parti (battaglia di Carrè).

Pompeo si accordò, con il senato per interrompere la carriera di Cesare, il quale chiedeva ormai da tempo, e senza successo, al senato di poter avere un secondo consolato, così da poter continuare il consolidamento della conquista della Gallia.

Alla richiesta del senato di rientrare da solo (senza esercito) a Roma, dato che il suo mandato di console in Gallia era scaduto, Cesare rifiutò e anzi, violando le leggi, attraversò in armi il confine del territorio cittadino, segnato dal fiume Rubicone in Romagna e proseguì la sua marcia verso Roma (49 a.C.)

Scoppiò così una sanguinosa guerra civile (49-45 a.C.) tra i seguaci di Cesare e di Pompeo, che si concluse nel 45 a.C. con la vittoria di Cesare.

 

Instaurazione di un potere forte da parte di Giulio Cesare

Successivamente alla vittoria su Pompeo, Cesare si fece nominare dal senato dittatore e assunse poi questa carica a vita, come aveva fatto Silla, ma contrariamente all’altro, non si ritirò. Era la fine della repubblica.

Diversamente da Silla, Cesare rinunciò allo strumento delle liste di proscrizione. Adottò invece una strategia di costruzione del consenso fondata sulla clemenza e sulla riabilitazione e reintegrazione politica degli avversari sconfitti.

Sarà purtroppo per lui una strategia drammaticamente fallimentare, dal momento che tra quanti pugnalarono a morte Cesare il 15 marzo del 44 a.C. molti erano ex avversari graziati dal dittatore e da lui onorati con cariche politiche e posizioni di prestigio nella nuova nomenclatura del potere.

Una circostanza dalla quale Nicolò Machiavelli trarrà, quindici secoli dopo ampia materia di riflessione.

A tal proposito leggi l’articolo presente su questo blog dal titolo: Il principe – Machiavelli.

 

Cicerone – una vita per la politica

L’apice della carriera politica di Marco Tullio Cicerone, si svolge tra le due dittature: quella di Silla e quella di Cesare.

Cicerone proveniva da una ricca famiglia di notabili di Arpino, dove era nato nel 106 a.C.

L’eccellente educazione retorica, le doti naturali nel campo dell’eloquenza e le conoscenze della famiglia all’interno dell’élite romana aiutarono la sua carriera politica nel ceto dirigente della capitale.

Cicerone arriverà nel 63 a.C. a ricoprire il ruolo di console, la più alta carica della Roma repubblicana. Aveva 43 anni. L’età minima che le riforme di Silla avevano previsto per quella posizione così prestigiosa.

Per tutto il tempo della sua vita politica Cicerone si era confrontato con i problemi della crisi della repubblica aristocratica, puntando a elaborare strategie per uscire dalle difficoltà nelle quali il sistema repubblicano, soprattutto dopo l’instaurazione del primo triunvirato, stava entrando. L’ascesa di Cesare al vertice dello stato (come dittatore) rappresenterà per Cicerone, la sconfitta di tutto ciò per cui aveva sempre combattuto, e cioè:

  • la conservazione della res-pubblica, che secondo Cicerone rappresentava il perfetto equilibrio tra le varie classi sociali.
  • la protezione dell’istituzione del senato, garante da sempre di qualsiasi deriva dittatoriale.

 

Cesare trasforma la repubblica in una monarchia assoluta

Cesare era al tempo stesso supremo comandante militare e tribuno della plebe a vita. La sua persona era, dunque, considerata inviolabile tanto da poter porre il veto alle leggi del senato (cioè impedirne l’approvazione).

Per tenere fede al programma dei popolari e per ottenere la benevolenza della plebe, Cesare avviò una serie di riforme a favore dei cittadini più poveri: distribuì terre ai soldati più anziani e avviò la fondazione di colonie per allontanare da Roma le masse di disoccupati.

Inoltre, ottenne la possibilità di scegliere personalmente i magistrati, tanto che le elezioni divennero inutili, e impose al Senato la fedeltà alla sua persona.

Le istituzioni repubblicane erano così svuotate di ogni potere effettivo e la repubblica si stava trasformando in un sistema dittatoriale vero e proprio.

 

Le idi di Marzo

La concentrazione di poteri nelle mani di un solo uomo e le riforme in favore della plebe allarmarono la nobiltà romana che si vedeva privata di tutti i privilegi politici ed economici di cui godeva da sempre.

Fu così che un gruppo di senatori, capeggiato da Giunio Bruto e Caio Cassio, ordirono una congiura ai danni di Cesare e il 15 marzo del 44 a.C. (Idi di marzo) lo uccisero appena entrato in Senato.

Quanto Cicerone fosse personalmente coinvolto in questa congiura è destinato a rimanere un mistero. Di sicuro se ne rallegrò all’interno delle sue corrispondenze.

 

L’uccisione di Cesare scatena nuove tensioni

Non appena si diffuse la notizia dell’uccisione di Cesare un vero e proprio panico si impossessò della città.

La gente gridava che bisognava chiudersi in casa tenendo sbarrate le porte. Vi era infatti il timore fondato di una violenta reazione da parte dei numerosi soldati romani, presenti in quel momento a Roma. I congiurati, timorosi che gli amici di Cesare potessero attaccarli, si chiusero con degli ostaggi all’interno del campidoglio e furono raggiunti di li a poco da Cicerone

Emerse subito che i congiurati non avevano approntato nessun piano poiché ritenevano che sarebbe bastato loro uccidere il tiranno e di conseguenza attirare il popolo dalla loro parte.

Con la morte di Cesare, l’unico console rimasto in carica era Marco Antonio (il fidato collaboratore di Cesare). Tutti in quel momento pensarono a come si sarebbe comportato Antonio.

Nel frattempo Antonio, dopo l’omicidio di Cesare, era scomparso. Probabilmente anche lui temeva per la sua vita e nel dubbio preferì non farsi trovare.

Riapparì dopo due giorni quando i suoi soldati con a capo Marco Emilio Lepido avevano occupato il foro e messo sotto assedio i congiurati. A quel punto Antonio convoca il senato.

Cicerone è presente in quella riunione.

Convinto di poter contribuire a salvare le istituzioni repubblicane, pronuncia un’orazione mirata a salvaguardare l’unione, la concordia e la pace comune e poiché le due parti (gli uccisori di Cesare  ed Antonio) non sono in condizione di prevalere uno sull’altra, il suo consiglio verrà seguito.

Per tranquillizzare i soldati venne deciso che le promesse di Cesare fatte prima della sua morte (in particolare quella relativa alla distribuzione di terre ai soldati) sarebbero state mantenute.

Il giorno seguente il Senato si riunì di nuovo. Venne prima ringraziò Antonio per aver impedito che scoppiasse una nuova guerra civile, poi ci si congratulò con gli assassini di Cesare. Per loro fu prevista un’immediata amnistia. Sembrava che la concordia fosse tornata.

Poiché poi la questione era già in sospesa da diverso tempo, si provvedete alla distribuzione della gestione delle provincie:

  • Marco Giunio Bruto avrebbe avuto Creta,
  • Gaio Cassio Longino, l’Africa,
  • Gaio Trebonio, l’Asia – (si tratta del congiurato che con una scusa trattenne Antonio sulla porta del Senato mentre Cesare appena entrato, veniva assassinato),
  • Lucio Tillio Cimbro, la Bitinia (altro Cesaricida),
  • Decimo Giunio Bruto, la Gallia Cisalpina (fu lui a convincere un Cesare a recarsi in senato dove lo attendevano i suoi assassini).

Inoltre, fu deciso che al termine del mandato consolare previsto alla fine del dicembre del 44 a.C.:

  • Marco Antonio avrebbe avuto la Macedonia (qualche mese più tardi, a giugno del 44 a.C. Antonio, capendo che in Gallia Cisalpina sarebbe stato più protetto, riuscirà a far approvare in Senato una legge con cui avrebbe preso la gestione della Gallia Cisalpina al posto di Decimo Giunio Bruto).
  • Publio Cornelio Dolabella, confermato nel frattempo console per l’Anno 44 a.C (al posto di Cesare) avrebbe avuto alla scadenza del suo mandato la Siria. (Dolabella è un personaggio molto ambiguo. Fedelissimo di Cesare – e in quel momento non amico di Antonio – indicato dallo stesso Cesare, prima della morte, a prendere il suo posto di Console, nonostante la disapprovazione di Antonio. La convalida della sua nomina sarebbe dovuta avvenire nella riunione in senato da tenersi alle Idi di marzo)

Verso la fine della seduta si discusse dei funerali di Cesare.

Antonio chiese che fosse data lettura pubblica del testamento e che fossero riservati gli onori pubblici al suo corpo. Cassio fece opposizione, ma Bruto si espresse in favore ed ebbe la maggioranza.

 

I funerali di Cesare

Quello che accadde ai funerali (20 marzo del 43 a.C.) fu un capolavoro di strategia da parte di Marco Antonio che seppe trasformare la situazione a suo completo vantaggio. Riuscì con un’abile orazione, dai toni talmente accorati e commoventi, la stessa che Shakespeare riadatterà nel famoso “Amici, Romani, concittadini! Sono venuto a seppellire Cesare, non a lodarlo”, ad inculcare nel popolo il rimpianto di Cesare, che sfociò in collera e ostilità verso chi lo aveva ucciso.

Il discorso funebre di Antonio, provocò nella folla una reazione talmente devastante che fece addirittura a pezzi per errore una persona (alcuni storici dicono che fosse Elvio Cinna) scambiato per errore con Cornelio Cinna uno degli assassini di Cesare.

La folla cominciò a cercare gli assassini di Cesare e si tentò anche di bruciarne le case. Molti senatori furono minacciati (così come lo stesso Cicerone) e decisero di allontanarsi per prudenza dalla città.

Al termine della cerimonia funebre, l’atmosfera di “liberazione dalla dittatura” che i cospiratori avevano cercato di alimentare, successivamente alla morte di Cesare, si era completamente dissolta.

Anche i cesaricidi Marco Giunio Bruto, Gaio Cassio Longino, Gaio Trebonio, Lucio Tillo Cimbro e Decimo Giunio Bruto, si affretteranno nelle settimane successive a raggiungere le province che gli erano state assegnate.

Il nuovo uomo forte, a Roma, divenne Marco Antonio, che ne approfittò subito per far approvare una consistente serie di decisioni e decreti che secondo lui erano state pensate dal defunto Cesare.

A proposito di Cesare, leggi anche su questo blog:

 

Cicerone è sconfortato nel realizzare che la tirannia è ancora viva

Con l’uccisione di Cesare ha inizio l’ultima, concitata stagione politica di Cicerone.

È sconfortato dalla situazione che si è venuta a creare. Comprende che, sebbene il tiranno sia stato ucciso, la tirannia (rappresentata ora da Antonio) è ancora viva e sembra longeva.

Si rende conto che per mantenere in vita le istituzioni repubblicane sarà necessario:

  • Combattere all’interno delle istituzioni della repubblica, con l’uso dell’oratoria e della persuasione. Vedi a tal proposito le 14 filippiche di Cicerone (si tratta di orazioni pronunciate per lo più in senato, con lo scopo di demolire la figura politica di Antonio).
  • Trovare validi comandanti, fedeli alla repubblica, da opporre sul campo contro Antonio.

È adirato con i cesaricidi che alle Idi di Marzo non hanno voluto cogliere l’occasione (che avevano facilmente) di uccidere anche Antonio.

Di quanto ciò fosse stato un grande errore se ne lamenterà sempre con i congiurati, almeno con quelli con cui era più in confidenza.

Quasi ad un anno dall’attentato scrivendo, nello stesso giorno (2 o 3 febbraio, 43 a.C.)  a due congiurati a lui molto legati, Trebonio e Cassio, dirà:

  • A Trebonio – (si tratta del congiurato che con una scusa trattenne Antonio sulla porta del Senato mentre Cesare appena entrato, veniva assassinato): “Quanto mi dispiace che tu non m’abbia invitato a quel banchetto meraviglioso delle Idi di marzo! Non avremmo questi avanzi che ci creano ora tutti questi problemi. Il beneficio quasi divino che tu e i tuoi compagni avete reso alla repubblica (l’uccisione di Cesare) lascia spazio, tuttavia, a qualche critica. Quando penso che fosti proprio tu, magnifica persona, a tirarlo da parte (intende, Antonio) e che grazie a te questa peste è ancora in vita, ogni tanto mi monta la collera verso di te. Hai lasciato a me solo più seccature che a tutti gli altri messi insieme!
  • A Cassio: “Magari mi avessi invitato alla cena delle Idi di Marzo: di avanzi (si riferisce al sopravvissuto Antonio) non avremmo avuto neanche un briciolo! Ora invece sono io ad essere tormentato dai vostri avanzi…

Più avanti, il 17 aprile 43 a.C., in risposta ad una lettera di Marco Giunio Bruto che gli aveva scritto che bisognava “dedicare maggiori energie ad impedire le guerre civili che a soddisfare il proprio rancore contro nemici vinti”.

Cicerone risponderà: “La clemenza è cattiva politica. Ha l’effetto di moltiplicare le guerre civili. Bisogna quindi preferirle e senza ombra di dubbio una salutare severità”.

In queste frasi sembra ci sembra cogliere un collegamento con le tesi esposte nell’opera: Il Principe di Nicolò Machiavelli

 

Cicerone si avvicina ad Ottaviano

Ottaviano (63 a.C. – 14 d.C.) il nipote adottivo di Cesare (il principale erede designato prima di morire) era nel frattempo arrivato a Roma nel maggio del 44, per rivendicare l’eredità dello zio e le consistenti somme che doveva ricevere per diritto e che Antonio invece tentando di farle sue non voleva consegnare ad Ottaviano.

Al fine di evitare di consegnarle, chiese anche che fosse compito del senato ratificare il testamento del defunto, probabilmente perché pensava che sarebbe riuscito ad influenzare il senato a suo favore.

Tra Ottaviano e Antonio iniziano i primi contrasti.

Poiché Ottaviano ha la necessità di avere al suo fianco una persona autorevole all’interno del senato che possa aiutarlo primo ad entrare in possesso della sua eredità, chiede l’aiuto di Cicerone.

Al fine di ottenere quell’appoggio Ottaviano fece più volte presente che una volta entrato in possesso dell’eredità l’avrebbe usata per arruolare un esercito così da mettersi a disposizione del senato a tutela della repubblica.

Cicerone all’inizio era dubbioso se appoggiare o meno Ottaviano. Si chiedeva se quel “bambino” (come lo chiamerà in privato all’inizio – In fondo Ottaviano aveva solo 19 anni) potrà assumersi quell’incarico tanto impegnativo (opporsi ad Antonio) che aveva fatto indietreggiare personaggi molto più maturi ed esperti.

Capendo però che poteva trarre profitto da tale situazione comincia, sia pure tiepidamente, ad avvicinarsi ad Ottaviano e, d’accordo con altri senatori, ratifica la validità del testamento.

Cicerone si sente una specie di guida spirituale e di consigliere politico per quel “bambino” apparentemente inesperto che, per effetto del testamento, prende il nome di Gaio Giulio Cesare Ottaviano.

Il piano di Cicerone è quello di usare Ottaviano (per il peso politico derivante dal suo nome, dai suoi soldi e soprattutto dai suoi soldati reclutati in fretta ed illegalmente, grazie ai soldi dell’eredità) contro Antonio e poi, se sarà il caso, liquidare politicamente Ottaviano.

Ottaviano, sebbene molto giovane, è comunque molto scaltro e fa finta di abboccare. Sa bene che per affermarsi gli occorre tempo e soprattutto ha necessità dell’influenza politica che Cicerone ha all’interno del senato.

 

Primi scontri politici tra Cicerone e Marco Antonio

I primi evidenti scontri politici tra Cicerone ed Ottaviano inizieranno il 2 settembre del 44 a.C, quando Cicerone pronuncerà in senato la sua prima Filippica (Antonio non era presente).

Nella sua orazione Cicerone rimprovera ad Antonio di aver fatto un uso arbitrario delle decisioni di Cesare, inventando o dando per definitive, misure prese da Cesare prima di morire, che tornavano ora utili ad Antonio, ma che in realtà Cesare non aveva mai preso in seria considerazione.

Con questa che sarà la prima di altre quattordici, Inizieranno i primi attacchi (se pur velati in questo caso) ad Antonio.

Antonio replicherà il 19 settembre in senato con un’orazione che si era fatto preparare da un oratore (Cicerone decise che era meglio non presentarsi). Antonio accuserà apertamente Cicerone di essere, oltre che una persona sleale e immorale, anche l’istigatore della congiura che aveva causato la morte di Cesare.

A sua volta Cicerone risponderà duramente al discorso di Antonio con una seconda Filippica.

Poiché una lettura a Roma sarebbe stata troppo pericolosa, decise di farla pubblicare (12 novembre a.C.).

 

Dicembre del 44 a.C.

A fine dicembre del 44 a.C. termina il consolato annuale di Marco Antonio e di Publio Cornelio Dolabella.

Marco Antonio, percependo che i rapporti di forze stanno mutando e non a suo favore (Ottaviano stava pagando profumatamente il reclutamento di numerose truppe), lascia Roma con i legionari a lui fedeli un mese prima della scadenza del suo mandato di console, per dirigersi verso la provincia della Gallia Cisalpina al fine di prenderne possesso, come governatore, al posto di Decimo Bruto.  (A giugno del 44 a.C. Antonio era riuscito, forzando il senato a farsela assegnare al posto della Macedonia.)

Decimo Bruto, spinto anche dalle insistenze di Cicerone che lo prega di non cedere ad Antonio la carica di governatore della provincia, decide di rimanere al suo posto e, per difendersi meglio da Antonio, si trincera all’interno della città di Modena (all’epoca si chiamava Mutina).

Il 20 dicembre del 44 a.C. viene letto, durante una riunione in Senato, l’editto di Decimo Bruto con il quale egli comunicava che non avrebbe lasciato la provincia della Gallia Cisalpina ad Antonio e che l’avrebbe conservata a disposizione del senato e del popolo.

Da un punto di vista formale la decisione di Decimo Bruto è una mossa illegale in quanto il suo mandato sarebbe scaduto a fine dicembre del 44 a.C. Dal primo gennaio del 43 a.C., in base alla delibera del senato del giugno del 44 a.C., la carica di governatore sarebbe andata ad Antonio.

Cicerone per supportate Decimo Bruto, pronuncia in senato la terza filippica (forse la più accalorata) delle sue famose 14 Filippiche.

Questa terza orazione, insieme alla quarta filippica che verrà declamata la sera stessa in una contio (un’assemblea popolare), rappresenterà per Cicerone l’inizio della vera dura lotta politica contro Antonio. Chiederà al senato, inutilmente, che Antonio venga nominato nemico pubblico della repubblica. (intento che non riesce, in quanto Antonio può contare sull’appoggio di diversi senatori).

Riuscirà però ad ottenere che venga revocata la decisione del senato del giugno del 44, con la quale Antonio al termine del suo mandato di console, avrebbe preso il posto di Decimo Bruto come governatore della Gallia Cisalpina. In questo modo la posizione di Bruto che si era opposto ad Antonio, non è più illegale.

Antonio, dopo le filippiche pronunciate da Cicerone, capendo che le cose per lui si stavano mettendo male, decide (senza però attaccare) di mettere sotto assedio Modena, sperando così di prendere gli assediati per fame.

 

Gennaio del 43 a.C.

Nella riunione in senato del 1° gennaio del 43 a.C. vengono ufficializzati dal senato i nuovi consoli, che dureranno in carica per tutto l’anno del 43 a.C.: Aulo Irzio e Gaio Vibio Pansa, (fedeli alla repubblica).

Durante quella riunione in senato, dove pronuncerà la quinta filippica, Cicerone propone la nomina di “ex pretore” per Ottaviano. Una carica che gli riconosce il titolo di poter guidare truppe armate. (quelle stesse truppe arruolate da Ottaviano in fretta e furia e senza un mandato ufficiale).

Durante la sua orazione, cerca in tutte le maniere di convincere i senatori a votare lo stato di guerra contro Antonio.

Sembrava che fosse riuscito a convincerli ma venne la sera, senza che si fosse votato.

Il 2 gennaio nuova riunione in senato. Viene votata e approvata la nomina a “ex pretore” per Ottaviano.

Riguardo la proposta dello stato di guerra contro Antonio, un tribuno della plebe (un certo Salvio) oppose il veto, proponendo una pausa di riflessione. Il senato si riunirà il 3 gennaio del 43 a.C.

Diversamente dal giorno prima la maggioranza dei senatori è contro la proposta di dichiarare guerra ad Antonio, adducendo il fatto che non sembrava giusto trattare come criminale un uomo che fino ad un mese prima era stato un console di Roma.

Venne quindi suggerita una soluzione pacifica e cioè quella di mandare un’ambasceria ad Antonio.

La maggior parte dei senatori sperava di trovare un’intesa con Antonio. Il pensiero generale è che il tempo avrebbe sistemato le cose, calmando le passioni e assopito gli animi.

Il 4 gennaio, il senato decise di inviare ad Antonio una delegazione, composta da tre membri, con lo scopo di :

  • Intimargli di togliere l’assedio a Modena,
  • Lasciare a Decimo Bruto la provincia della Gallia Cisalpina,
  • Ritirarsi nella Gallia Comata che era di Munazio Planco. (a Planco gli sarebbe rimasta parte della Gallia Transalpina).

Se non avesse obbedito, Antonio sarebbe stato considerato un nemico della repubblica.

A titolo precauzionale si decise anche che Irzio, uno dei consoli, si sarebbe mosso alla testa dell’esercito, così da essere subito pronto ad intervenire, se necessario, contro Antonio.

Cicerone non era affatto d’accordo riguardo l’ambasceria. Conoscendo Antonio pensava che si sarebbe solo perso tempo. Indugiare a muovere guerra contro Antonio, avrebbe indebolito la posizione di Decimo Bruto e rafforzato Antonio.

La stessa sera Cicerone pronuncia la sua sesta filippica di fronte ad un’assemblea popolare, attaccando nuovamente Antonio ed esternando tutte le sue preoccupazioni.

 

Febbraio del 43 a.C.

Cicerone pronuncia la sua settima filippica nel Tempio della Concordia, probabilmente il 1° febbraio del 43 a.C. (non si avevano ancora notizie sul rientro degli ambasciatori dal campo di Antonio).

Nella sua orazione Cicerone incoraggia il senato a tener testa ad Antonio e ad evitare di cedere a quella parte del senato che cercava una soluzione pacifica della situazione.

Gli ambasciatori ritornarono a Roma la sera del 1° febbraio (tornarono solo in due, uno era morto per cause naturali durante il viaggio).

Il loro compito era solo quello di esporre ad Antonio delle decisioni già prese dal Senato, invece rientrarono con delle contro-proposte e pretese da parte di Antonio.

Le controproposte di Antonio sono messe in discussione in senato il 3 febbraio del 43 a.C.

Come già avvenuto altre volte, le opinioni dei senatori sono differenti:

  • Da una parte l’ala sostenuta da Fufio Caleno alla ricerca di una soluzione pacifica con Antonio.
  • Dall’altra, una sostenuta da Cicerone che caldeggiava la proclamazione di Antonio quale nemico della repubblica.

Dopo una lunga discussione si giunge ad una soluzione di compromesso.

Antonio non sarebbe stato dichiarato “hostis” (nemico dello stato) ma sarebbe stato proclamato lo stato di emergenza “tumultus” che avrebbe obbligato i cittadini a mettersi in assetto di guerra.

I pieni poteri sarebbero andati ai due consoli Irzio e Pansa e al giovane Ottaviano. Inoltre, tutte le decisioni prese in precedenza da Antonio come console sarebbero state annullate.

La confusione in senato è assoluta

Cicerone in quell’occasione pronuncia un’orazione (l’ottava Filippica).

Per prima cosa vuol far capire quanto sia sbagliato adottare una soluzione di compromesso contro Antonio, poi inizia una disquisizione su quanto sia stato errato sostituire la parola “hostis” con “tumultus”

Inoltre qualifica come vergognoso il modo in cui i due ambasciatori (Lucio Calpurnio Pisone e Lucio Marcio Filippo), ritornati dal campo di Antonio, hanno svolto la loro missione.

Alla fine  il senato gli darà ragione, malgrado molti senatori cercassero ancora un compromesso con Antonio

Ciò avvenne anche perché le operazioni militari avevano avuto già inizio, infatti:

  • Irzio, che si era mobilitato ai primi di gennaio, aveva annunciato di aver occupato la cittadina di Claterna (Oggi non esiste più. Era situata tra Bologna e Imola) che gli sarebbe servita come base per l’eventuale attacco alle truppe di Antonio che assediavano Modena.
  • Ottaviano, aveva nel frattempo comunicato che si trovava a Forum Cornelium (l’attuale Imola)

Il 4 febbraio a.C. Cicerone pronuncia la sua nona filippica. Si tratta dell’elogio funebre in onore di Servio Sulficio Rufo. (era il terzo ambasciatore, morto durante il viaggio, verso l’accampamento di Antonio. Era già malato prima di partire. Conoscendo il suo pensiero politico, Cicerone sperava molto nel suo appoggio).

Nella sua orazione Cicerone, oltre ad onorare il defunto si scaglia contro Antonio, responsabile morale della sua morte.

A metà del mese di febbraio a.C. 43, il senato viene convocato dal console Pansa dopo la ricezione di una lettera da parte di Marco Giunio Bruto (uno dei cesaricidi). In tale lettera Bruto comunicava che le provincie della Macedonia, della Grecia e dell’Illiria erano state poste sotto il suo comando a disposizione della repubblica. Inoltre, informava che non aveva permesso a Caio Antonio (fratello di Marco Antonio) di prendere possesso della Macedonia (questa provincia era stata fatta assegnare da Antonio al fratello, con un atto di autorità prima di aver lasciato Roma, verso Modena).

Il console Pansa chiede al senato di avvallare tale situazione.

In quell’occasione Cicerone pronuncia la sua decima filippica, in appoggio alla proposta di Pansa e contro Antonio e quei senatori che, simpatizzando per Antonio, chiedevano che Bruto lasciasse la Macedonia al fratello di Antonio.

La proposta di legalizzare la situazione a favore di Bruto fu accettata dal senato.

Secondo Cicerone in tal modo veniva salvaguardato l’Oriente dalle mire di Antonio. Inoltre, Lucio Tillio Cimbro (un altro dei congiurati) era saldamente al suo posto come governatore della Bitinia.

  

Marzo del 43 a.C.

A Roma era intanto arrivata la notizia dell’uccisione di Trebonio (avvenuta verso la fine di febbraio, da parte di Dolabella.

Dolabella che era partito da Roma prima della fine del suo consolato per prendere possesso della provincia della Siria, uccise Trebonio che si opponeva affinché raggiungesse la provincia della Siria (ora nelle mani di Cassio).

La prima reazione del senato all’assassinio di Trebonio fu la proposta di dichiarare Dolabella “nemico pubblico”. Proposta che venne ritirata non appena si dovette decidere chi avrebbe eseguito la sentenza.

Cicerone propose di farla eseguire da Cassio.

All’interno della sua orazione (undicesima Filippica, pronunciata il 6 o 7 marzo), Cicerone oltre a fare un parallelismo tra le atrocità che Antonio stava perpetrando in Gallia Cisalpina e quelle di Dolabella in Asia, spiega le ragioni per le quali sarebbe stato necessario far eseguire la sentenza a Cassio.

Il senato rifiutò preferendo dare l’incarico ai due consoli che l’avrebbero eseguita dopo la conclusione della guerra di Modena.

Dopo tale rifiuto, Cicerone scriverà una lettera privata a Cassio affinché prenda l’iniziativa (anche senza autorizzazione del senato) di uccidere Dolabella.

Nel mese di marzo gli stessi uomini (Lucio Calpurnio Pisone e Lucio Marcio Filippo) che erano stati inviati come ambasciatori al campo di Antonio, chiesero di fare un secondo tentativo.

Sollecitarono che insieme a loro fossero inviati anche Lucio Giulio Cesare, Publio Servilio Casca e lo stesso Cicerone.

Contrario all’iniziativa, Cicerone pronuncerà un’orazione (dodicesima Filippica) per spiegarne le ragioni. Ne approfitterà per ricordare le azioni dei “briganti”: Antonio e suo fratello Lucio.

Sentite le ragioni di Cicerone esposte nella sua orazione, il senato boccerà tale iniziativa.

Intanto Antonio in una lettera indirizzata ai due consoli (Irzio e Pansa) scritta dopo il 15 marzo, manifesta la sua intenzione di vendicare gli assassini di Cesare (protetti da amnistia).

Approva la condotta di Dolabella che aveva ucciso Trebonio.

Fa presente che sia Marco Emilio Lepido (governatore della Spagna Citerione e la Gallia Narbonense), sia Munazio Planco (governatore della Gallia Comata e parte di quella Transalpina) sono d’accordo per una soluzione di pace.

Sempre nel mese di marzo del 43 a.C. sia Lepido sia Planco scriveranno, quasi contemporaneamente, in senato, per chiedere di fare la pace con Antonio.

Queste tre lettere, fanno capire che a marzo del 43 a.C. la possibile guerra è ancora in una fase tutta politica.

  • Antonio spera, anche grazie all’appoggio di alcuni senatori, di giungere ad una soluzione pacifica. Questo è anche il motivo del perché ha solo messo sotto assedio la città di Modena, senza assaltarla. Antonio spera anche che sia Lepido che Planco rimangano neutrali.
  • Cicerone, invece capendo che il tempo è a favore di Antonio cerca di in tutti i modi di affrettare i tempi affinché il senato autorizzi l’attacco militare su Antonio, da parte di: Irzio, Pansa e Ottaviano. Inoltre, scrive a Lepido e Planco, affinché prendano una posizione formale e più dura contro Antonio.

Il 20 marzo Cicerone pronuncia in senato un discorso (tredicesima Filippica) nel quale dice che sebbene anche lui vorrebbe la pace, ciò non è possibile farla né con Antonio né con le persone che lo circondano. Inoltre, espone tutte le azioni disoneste di cui Antonio ed i suoi amici si erano macchiati.

Cicerone ha successo. Le proposte di Lepido e Planco per una pace tra il senato ed Antonio vengono rifiutate.

Le operazioni per la guerra da parte di Pansa e Ottaviano (che sono già sul posto), contro Antonio, iniziano a fine marzo del 43 a.C.

 

Aprile del 43 a.C.

14 aprile del 43 a.C. avviene un primo scontro, poco distante dalla città di Modena (battaglia di Forum Gallorum).

La battaglia si svolgerà in due fasi.

  • Nella prima fase l’esercito di Antonio avrà la meglio. Il console Pansa viene ferito in modo abbastanza grave (morirà nei giorni successivi).
  • Nella seconda fase, sopraggiunse il console Irzio con tutto il suo esercito e le legioni di Antonio si danno alla fuga.

Quando a Roma il 18 aprile del 43 a.C. giunse la notizia che riguardava solo la prima fase della battaglia (quella dove Antonio aveva avuto la meglio). Fu subito il panico.

Da una lettera che Cicerone invia subito a Bruto sembra che tutti quei nobili che si erano dimostrati ostili ad Antonio, si preparassero alla fuga (con donne e bambini e suppellettili) per raggiungere in Oriente Bruto.

Il 20 aprile giunge la notizia della seconda fase della battaglia (quella della sconfitta di Antonio) e tutto rientra a posto.

Il 21 aprile il senato si riunisce. Cicerone pronuncia la sua quattordicesima Filippica.

Esalta il valoroso comportamento dei consoli Irzio e Pansa (di questi si sa solo che è ferito, morirà qualche giorno dopo) e di Ottaviano (questi non aveva preso parte alla battaglia, si era semplicemente limitato a restare al campo, respingendo gli attacchi di disturbo da parte dei legionari di Antonio).

Si scaglia poi nuovamente contro Antonio e l’infedeltà dei molti senatori che avevano appoggiato Antonio, contro la repubblica.

Cicerone nella sua orazione aveva dichiarato in maniera trionfante che l’armata di Antonio era stata messa in fuga. In realtà non poteva ancora sapere che nonostante la sconfitta Antonio era ancora forte e saldamente trincerato nel suo accampamento. Inoltre, non sa che nello stesso giorno sta accadendo una nuova battaglia.

Il 21 aprile, Irzio e Ottaviano sferrano un attacco diretto contro l’accampamento di Antonio che assieda la città di Modena. Seguiranno una serie di violenti scontri.

Anche Decimo Bruto, uscendo dalle mura della città di Modena, interviene nella battaglia contro Antonio.

Mentre la battaglia si svolge all’esterno dell’accampamento, Irzio prende la coraggiosa decisione di irrompere all’interno dell’accampamento.

In un primo momento sembra che tale decisione avrà successo per l’esito della battaglia, ma poi le cose cambiano. Mentre si combatte nei pressi della tenda di Antonio, Irzio viene ucciso.

Ottaviano non riesce a prendere il controllo dell’accampamento e recuperato il corpo di Irzio si ritira.

Alla fine, la battaglia finisce senza nessun vincitore.

Antonio che non sa della morte di Irzio e temendo nuovi attacchi al suo accampamento decide che è meglio lasciare l’accampamento, in direzione nord. Era sempre in attesa di truppe fresche, promesse dai suoi alleati e poi sperava che sia Lepido che Planco gli avrebbero dato il loro aiuto al fine d riprendere l’offensiva.

Ottaviano dopo la morte dei due consoli Irzio e Pansa rimane l’unico comandante delle legioni repubblicane.

Riguardo la morte dei due consoli. Alcuni fonti storiche, tra cui Gaio Svetonio Tranquillo e Publio Cornelio Tacito) diranno che a Roma in quel periodo girava la voce che fosse stato lo stesso Ottaviano a farli uccidere.

 

Maggio del 43 a.C.

Nel frattempo, a Roma, dopo il ritiro di Antonio da Modena, sembrava che la vittoria definitiva contro Antonio fosse a portata di mano.

Il senato si era anche deciso a dichiarare Antonio e i soldati che lo appoggiavano, nemici dello stato (erano ormai mesi che Cicerone lo chiedeva insistentemente).

Dal senato Decimo Bruto riceverà molti onori, che andranno anche ad Ottaviano, anche se in misura sostanzialmente minore, insieme alla richiesta di subordinarsi a Bruto con le sue legioni e quelle che erano di Irzio e Pansa. Il senato pensava così di rafforzare Bruto, affinché potesse essere in grado di inseguire Antonio ed annientarlo.

Ottaviano evitò sia di subordinarsi a Bruto sia di cedergli le legioni.

Dal fatto di aver ricevuto dal senato, dopo la battaglia di Mantova, onori molto inferi a quelli ricevuti da Bruto, (Cicerone per la verità li aveva richiesti anche per lui, ma il senato non lo ascoltò) sicuramente deve avergli dato l’impressione, certamente giustificata, di non essere che uno strumento nelle mani dei senatori, destinato all’eliminazione politica non appena divenuto inutile.

Forte della sua posizione (Decimo Bruto non ha abbastanza truppe da poter portare avanti una campagna contro Marco Antonio), Ottaviano capisce che può puntare al Consolato, rimasto vacante dopo la morte di Irzio e Pansa.

Sa di non avere l’età sufficiente per ottenere tale carica. Lui ha solo venti anni. Per questo motivo fa giungere a Cicerone la proposta di assumere entrambi il consolato. Cicerone non rifiuta l’offerta e propone la questione in senato.

Cominciò così col far presente al senato che Antonio è ancora alla testa del suo esercito, che la sconfitta di Modena ha solo ridotto di dimensioni.

Fece capire che vi erano ancora dei governatori che si trovavano in Gallia con le loro legioni che rimanevano tuttora in una situazione ambigua (il riferimento era rivolto a Marco Emilio Lepido che sebbene dichiarasse completa fedeltà alla repubblica, continuava a non prendere nessuna misura contro Antonio ed i suoi legionari che come già detto erano stati dichiarato dal senato, dopo la battaglia di Modena, nemici pubblici).

Per tale motivo sarebbe quindi stato vantaggioso assicurarsi la devozione del solo uomo capace (insieme a Decimo Bruto) di opporsi ai progetti di Antonio e di coloro che lo avrebbero appoggiato.

Per tale motivo proponeva che Ottaviano venisse eletto Console. Dal momento però rimaneva la questione della giovane età, aggiunse che sarebbe stato prudente affiancare ad Ottaviano un uomo anziano, cauto e saggio, per evitargli di lanciarsi in qualche avventura pericolosa per la repubblica. (il suggerimento alla sua persona era così evidente non era necessario per Cicerone di precisarlo).

La sciocca resistenza del senato che non capendo quanto grave fosse il quel momento la situazione non voleva riconoscere troppi onori ad Ottaviano, nonché la gelosia di molti dei senatori nei confronti di Cicerone, farà sì che la proposta viene rifiutata dal senato.

La maggior parte del senato a maggio del 43 a.C. con credeva che Antonio sarebbe stato ancora a lungo un pericolo. Riteneva che, con l’appoggio di Ottaviano o no, Decimo Bruto sarebbe stato sufficientemente in grado di sconfiggere senza problemi le armate in fuga da Modena di Antonio.

Sarà un grande errore politico, che complicherà di molto la situazione.

Con Ottaviano e Cicerone consoli, certamente si sarebbero potuto aggiustare meglio le cose.

Ottaviano avrebbe potuto soddisfare le sue ambizioni e per almeno un po’ se ne sarebbe rimasto tranquillo, mentre Cicerone avrebbe avuto la possibilità di liquidare definitivamente Antonio.

 

Giugno del 43 a.C.

Il 6 giugno Planco (scrivendo da Cularo, l’attuale Grenoble) informa il senato che Lepido è passato dalla parte di Antonio. Lo stesso Lepido lo confermerà facendo presente che è stato costretto a farlo in quanto le sue legioni si sono rifiutate di combattere contro Antonio.

 

Luglio del 43 a.C.

Nonostante i dissidi all’interno del senato, i progetti di Cicerone non sono cambiati. Il suo desiderio rimane sempre quello di ristabilire l’equilibrio all’interno della repubblica. E non sarà possibile farlo fintanto che Antonio sarà stato sconfitto.

Per far ciò aveva contato sulle forze che Ottaviano aveva raccolto intorno a lui, dapprima in forma privata, quindi con l’avvallo della legge. Ma ormai queste sembra che non possano essere sufficienti a garantire la sopravvivenza della repubblica, anzi le continue insistenze di Ottaviano di ottenere il consolato (insieme o senza Cicerone) stanno diventando una sera minaccia.

Poi con la defezione di Lepido, la scarsa fiducia che ispira l’armata di Decimo Bruto, numericamente insufficiente e che non sa ancora se potrà contare su Planco e Pollione, si renderà conto che l’intervento di Bruto e Cassio è indispensabile.

A metà luglio Cicerone non si fa più illusioni. Sa bene che la morte dei due consoli Irzio e Pansa ha indebolito la resistenza verso Antonio. Ottaviano non è più una sicurezza per la sopravvivenza della repubblica e Decimo Bruto non ha saputo approfittare del vantaggio dopo la battaglia di Modena.

Nelle lettere che scrive in quel periodo a Bruto, chiede che sia lui che Cassio rientrino al più presto a Roma con le loro legioni.

Nel raccontagli su quanto grave sia la situazione e quanto il destino della repubblica è in pericolo. Cicerone gli farà presente che ora a contare veramente sono soltanto coloro che dispongono di forze armate e quanto tutto dipenda dal capriccio dei soldati e dall’insolenza dei loro capi.

Ottaviano intano, alla fine di luglio, invia in senato una delegazione di 400 centurioni (apparentemente spontanea) per chiedere il pagamento delle somme che erano state promesse e il consolato per Ottaviano. I senatori, come nella loro abitudine diedero una risposta dilatoria spiegando che si trattava di richieste che andavano discusse con attenzione.

Scopo del senato era quello di guadagnare tempo, nei confronti di Ottaviano, nell’attesa che arrivassero le legioni di Bruto e Cassio, così da poter negoziare da una posizione più forte. Segretamente il senato aveva anche pianificato che Decimo Bruto e Munazio Planco sarebbero stati i consoli designati per l’anno 42 a.C., mentre Marco Bruto e Cassio avrebbero ricoperto il consolato del 41 a.C.

Quando la delegazione fece ritorno da Ottaviano, questi decise di marciare su Roma.

Non era neanche arrivato con le sue legioni in prossimità di Roma che il senato si affrettò a fargli recapitare il denaro destinato ai soldati e contemporaneamente fornì, l’autorizzazione di presentare la sua candidatura al consolato.

Il senato era in preda al panico. Non poteva contare su una vera forza da opporre a Ottaviano (le legioni di Bruto e Cassio erano ancora in cammino e a Roma era presente una sola legione a disposizione del senato).

Tuttavia, appena arrivarono due legioni dall’africa, che erano state chiamate in precedenza per la guerra contro Antonio, il senato decise di opporgli una resistenza armata.

Ottaviano si era appena affacciato alle porte della città che che subito le legioni che dovevano difendere il senato passarono dalla sua parte.

 

Agosto del 43 a.C.

Il 19 agosto, rispettate bene o male le formalità Ottaviano venne eletto console. Il suo collega era Quinto Pedio, suo cugino e nipote di Giulio Cesare.

Subito i due nuovi consoli proposero al senato alcune nuove leggi. Tra le più importanti la lex Pedia. Questa legge istituiva un tribunale speciale per giudicare non soltanto gli assassini di Cesare, ma anche tutti coloro che erano stati suoi complici o che si pensava fossero stati.

Cicerone apparteneva evidentemente al numero di coloro che dovevano essere eliminati. Ma Ottaviano lo tranquillizzo.

Per il passato aveva il suo perdono e per il futuro il permesso di vivere secondo il suo gusto (gli diede anche l’autorizzazione di non assistere alle sedute in senato).

Decimo Bruto, che sulla base di questa legge verrà condannato in contumacia, insieme a Marco Bruto e Gaio Cassio. Capendo di non avere più alleati in senato, decise di fuggire in Oriente dove avrebbe chiesto asilo a Bruto.

Le sue truppe lo abbandoneranno un po’ alla volta lungo la strada.

Un capo barbaro (un certo Camelo o Capeno), lo catturò nelle montagne vicino ad Aquilea (non distante da Cervignano del Friuli) e ne diede immediatamente notizia ad Antonio, che ne decretò l’uccisione. Questi lo mise a morte e mandò ad Antonio la testa.

 

Settembre del 43 a.C.

A settembre del 43 a.C. il nemico di Ottaviano, restava ufficialmente Antonio.

Ottaviano però inizia a maturare l’idea di un avvicinamento tra i due.

Le circostanze di questo avvicinamento non sono chiare, gli storici antichi sono certamente di parte quando si parla di Ottaviano Augusto.

È possibile che Ottaviano abbia sviluppato questa idea, già da maggio, successivamente alla battaglia di Modena, dopo che il senato oltre che a conferirgli onori minori rispetto a Decimo Bruto (che avevano fatto maturare in lui di essere solo una pedina del senato), non aveva accettato la sua richiesta di essere nominato console.

Inoltre, sapeva che prima o dopo sarebbero arrivate dall’Oriente le legioni di Bruto e Cassio che sicuramente avrebbero ridimensionato le sue ambizioni.

Insieme ad Antonio invece avrebbe potuto sia:

  • cambiare le istituzioni per instaurare delle magistrature non annullabili, atte a conferire ai loro beneficiari poteri praticamente illimitati in un ben preciso dominio.
  • Sia opporsi a Bruto e Cassio, vendicando così gli uccisori di Giulio Cesare, suo padre adottivo.

In base a tale alleanza, Ottaviano sarebbe stato il detentore del potere insieme ad Antonio. Ma solo per qualche tempo. Antonio, alla fine, era più vecchio di lui di venti anni.

Quel poco che si sa sulle modalità di tale avvicinamento è che Ottaviano iniziò in sordina, con degli approcci indiretti ad Antonio.

  • Smise con gli attacchi armati verso Antonio.
  • Liberò dei soldati catturati nella battaglia di Modena, che sapeva essere amici di Antonio.
  • Accoglieva i soldati di Antonio che non erano riusciti a ricongiungersi alle loro legioni e li teneva insieme ai suoi se lo volevano. Se invece avessero preferito raggiungere Antonio li avrebbe lasciati andare, contravvenendo agli ordini del senato che invece imponeva di considerarli come nemici pubblici.

 

Ottobre del 43 a.C.

All’inizio di ottobre, Ottaviano partì da Roma, per il nord, alla testa della sua armata con lo scopo apparente di far guerra ad Antonio.

La marcia proseguì, fin oltre Bologna, senza che si aprissero le ostilità, né da una parte né dall’altra.

I due si incontreranno alla fine del mese di ottobre, insieme a Lepido, su un’isoletta del fiume Lavino alla sua foce con il fiume Reno (a nord di Bologna). Esiste un cippo, costruito in quel luogo nel XVI, che ricorda tale evento, Clicca qui se vuoi avere informazioni in proposito.

 

Novembre del 43 a.C.

Alla fine di quell’incontro che durò tre giorni, Ottaviano, Antonio e Lepido formeranno un’alleanza, (secondo Triunvirato) che sarebbe durata cinque anni, con la quale si impegnavano a mettere mano alla riforma della repubblica, a dividersi il potere e ad appoggiarsi reciprocamente. Tale alleanza verrà legalizzata con la Lex Tizia, che sarà formalizzata il 26 novembre.

A seguito di tale alleanza, anche Gaio Asinio Pollione e Planco, si uniranno ai tre triunviri.

La misura più urgente da prendere, a parere dei tre triunviri, fu quella creare delle liste di proscrizione, così da sopprimere tutti coloro che avrebbero potuto cercare di opporsi e confiscare le loro ricchezze che sarebbero servite per pagare i soldati così da affrontare le legioni di Bruto e Cassio in arrivo dall’oriente.

La prima lista di proscrizione redatta conteneva un primo elenco di diciassette persone.

I diversi incontri per la redazione delle liste furono tutti assolutamente riservati. Quel poco che si conosce è che ognuno dei triunviri proponeva la sua rosa di nomi, poi iniziava il negoziato, cercando ognuno di eliminare i propri avversari e salvare i propri seguaci.

Le versioni giunte fino a noi sono quindi frutto di ricostruzioni, fatte diversi anni dopo, pesantemente condizionate dall’ultimo dei tre triunviri rimasti in vita: Ottaviano Augusto, il futuro Imperatore, il gestore unico della memoria collettiva (Lepido uscirà definitivamente dalla vita politica nel 36 a.C. mentre Antonio morirà nel 30 a.C.).

Riguardo in particolare Cicerone, quello che emerge da quanto lasciatoci dagli storici è che, il suo nome (che compare sulla prima lista di proscrizione) è stato fortemente voluto sia da Antonio che da Lepido e che Ottaviano abbia cercato a lungo (pare per due giorni) di opporsi, per cedere solo dopo alle pressioni degli altri due triunviri e al rischio che tale opposizione potesse far saltare l’accordo.

Non si conosce il numero esatto delle persone che finirono sulle liste di proscrizione. Tale numero varia a seconda dello storico che lo riferisce. È possibile, infatti, che Ottaviano che diverrà imperatore abbia fatto di tutto per cancellare quanto più possibile le memorie relative alle crudeltà perpetrate durante il periodo delle liste di proscrizione.

Ad ogni modo, per quanto riguarda i senatori si parla di un numero che varia dai 130 a 300. Mentre per quanto riguarda i nobili in generale il numero sembra convergere intorno alle 2000 persone. Non si ha invece nessun numero attendibile sulle persone di grado inferiore.

 

Dicembre del 43 a.C.

La maggior parte delle fonti storiche concordano che Cicerone venne a sapere che il suo nome era sulla lista mentre si trovava nella sua villa nelle campagne del Tuscolo (l’attuale Frascati) insieme a suo fratello Quinto ed al figlio di questi.

Immediatamente Cicerone decise di recarsi nella sua villa di Astura (una località di mare, nell’attuale provincia di Latina) da dove poi si sarebbe potuto facilmente imbarcare per fuggire in Macedonia dove si trovava in quel momento Bruto.

Giunto ad Astura, aveva trovato un’imbarcazione che lo aveva portato finto al Circeo. Da lì i marinai, visto il vento favorevole, volevano subito prendere il largo, ma Cicerone, per ragioni che non conosciamo con esattezza, decise di sbarcare dalla nave. (Plutarco, in “Vita di Cicerone, pur ammettendo di non conoscere con precisione le reali motivazioni, riferisce: “o per paura del mare o perché non aveva perso del tutto la fiducia in Ottaviano”).

Dopo aver simulato di prendere la strada per Roma, decide di ritornare nella sua casa di Astura, dove vi passerà la notte.

L’indomani si imbarca alla volta di Gaeta, dove poi passerà la notte nella sua villa di Formia (le due località sono molto vicine).

La mattina seguente (7 dicembre del 43 a.C.) trasportato dai suoi servitori su di una lettiga, fu portato verso il mare così da potersi imbarcare.

Erano appena partiti quando alla villa giunsero un gruppo di soldati che una volta capito che Cicerone aveva preso la strada che conduceva al mare, lo inseguirono.

In base alla ricostruzione di Plutarco nella sua “Vita di Cicerone”, il gruppo dei soldati era comandato da un tribuno di nome Popilio, che aveva ai suoi ordini un centurione, un certo Erennio. Questo Erennio si slanciò all’inseguimento e per primo e raggiunse la lettiga. Cicerone che lo vide arrivare diede ordine ai portatori di fermarsi.

I portatori sarebbero stati anche pronti a battersi, ma Cicerone disse loro di non far nulla.

Il centurione gli tagliò la testa e le mani che poi furono portate ad Antonio, il quale diede ordine che fossero esposte sui Rostri del foro romano, il luogo dove tenne molte delle sue orazioni.

Il fratello di Cicerone Quinto ed il figlio di questi, moriranno nei giorni successivi.

 

Le ragioni della morte di Cicerone e della repubblica

Da una prima analisi si potrebbe pensare che Cicerone sia finito sulle liste di proscrizione per colpa della sua volontà di abbattere a tutti i costi Antonio che a parer suo perpetuava la tirannia di Giulio Cesare e non teneva in conto la volontà del senato.

Cicerone ha combattuto contro Antonio utilizzando le due sue armi favorite: la retorica e la persuasione. Ognuna delle sue quattordici filippiche è una battaglia sferrata molte volte con successo, ma che alla fine non lo salveranno dalla morte.

Quindi si, Cicerone è stato ucciso per colpa principalmente delle sue orazioni contro Marco Antonio, ma non è la sola ragione. Cicerone è finito sulle liste di prescrizione anche per diverse altre ragioni:

Per prima cosa, per colpa dell’ambiguità della maggior parte dei suoi colleghi senatori che si prestavano, ognuno per un personale tornaconto, a quel complesso gioco di accordi e compromessi che si svolgevano all’interno del senato. Il tutto amalgamato dai rapporti di parentela che erano il perno attorno a cui ruotavano le alleanze politiche che fece sì che molti senatori, le cui fortune erano legate ad Antonio, speravano che procrastinando le decisioni il tempo avrebbe sistemato ogni cosa.

Tutte situazioni comprensibilissime, ma che di fatto indebolivano e rendevano difficilmente governabile il senato, perché ogni volontà che emergeva l’esigenza di agire con immediatezza ci si trovava frenati da considerazioni del tutto estranee all’interesse dello stato.

 

Tutto ciò farà sì che ogni decisione importante del senato verrà sempre presa in ritardo, in particolare:

  • Da quella di muovere troppo tardi guerra ad Antonio, dovuta al fatto che molti senatori volevano a tutti i costi cercare un accordo con Antonio;
  • Dal non richiamare in Italia, per tempo, gli eserciti di Bruto e Cassio;

 

Per seconda cosa, Cicerone è stato ucciso per colpa degli errori commessi dai congiurati delle Idi di Marzo, in particolare dal fatto che:

  • Non abbiano voluto cogliere l’occasione, che avevano facilmente, di uccidere anche Marco Antonio;
  • Non avevano preparato nessun piano. Pensavano che il popolo dopo l’omicidio di Cesare si sarebbe schierato dalla loro parte. Non avevano preso per nulla in considerazione che il cuore del popolo batteva per Cesare e non per l’aristocrazia. Di ciò Antonio ne saprà approfittare benissimo durante l’orazione tenuta per commemorare Cesare durante i funerali;
  • Non avessero tenuto in seria considerazione quanto potesse essere un errore far tenere ad Antonio quell’orazione. (Solo Cassio lo capi, ma non fu ascoltato).

 

In aggiunta Cicerone è stato ucciso a causa della miopia politica del senato, e delle invidie di molti aristocratici, che non aveva permesso a Cicerone e Ottaviano di essere nominati consoli, dopo il vuoto lasciato dalla morte in battaglia dei precedenti consoli di Irzio e Pansa. In un momento così delicato per la sopravvivenza della repubblica, con Cicerone console, sicuramente Ottaviano sarebbe stato più controllabile.

 

Infine è stato ucciso anche per sua diretta colpa, in particolare:

  • Dal non aver compreso adeguatamente che il Senato così com’era, con il suo equilibrio di poteri, che aveva funzionato durante i secoli d’oro della repubblica, che aveva fatto sì che le ambizioni delle diverse famiglie mantennero un certo equilibrio affinché nulla turbasse il loro alternarsi nelle cariche importanti si era inceppato. (ciò era avvenuto in quanto a causa delle molte conquiste avvenute negli ultimi secoli l’Impero Romano era molto cresciuto, ma le strutture di governo che servivano a gestire gli uomini, soprattutto i comandanti militari ed i mezzi e le risorse, non si erano sufficientemente evolute e la solo forza di volontà di Cicerone non poteva impedire che avvenisse l’irreparabile.
  • Dal fatto di non aver adeguatamente tenuto conto della prevedibilità natura umana, avida ed ambiziosa, dei molti suoi colleghi senatori che obbedivano più alle meschinità che all’interesse della repubblica. Cicerone che si vantava di essere un esperto conoscitore di questi aspetti, avrebbe dovuto tenerne conto. (Nota: riguardo la natura umana molto interessanti sono gli approfondimenti che puoi trovare in questo blog nell’articolo: Il Principe – Machiavelli).
  • Dall’aver sottovaluto le ambizioni di Ottaviano, di quel ragazzino (come lo chiamava lui) che dopo essersi servito di lui, non si farà problemi ad abbandonare Cicerone lasciando il suo nome all’interno delle liste di proscrizione.

 

Per altre informazioni su Cicerone, vedi anche su questo blog: Marco Tullio Cicerone, vita ed opere di un grande politico.

Ti consiglio anche la lettura dell’articolo: Origini di Roma.

 


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