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Nascita della lingua italiana

Storia della nascita dell’Italiano

Tutte le lingue mutano nel tempo e sono in costante evoluzione. Per questo motivo anche l’italiano che parliamo oggi, è diverso da quello di trent’anni fa e, a maggior ragione, da quello di cento o più anni fa.

Ma allora come è nata la lingua italiana? Come è cambiata ? Al fine di rispondere a queste domande, in questo articolo, ti forniremo informazioni sulla storia dell’origine della lingua italiana.

 

L’italiano deriva dal latino

Cominciamo subito con il dire che l’italiano che parliamo oggi deriva dal latino, la lingua usata da quello che all’inizio era un piccolo popolo, i Latini appunto, stanziati nel Lazio presso la foce del Tevere, dove in seguito, secondo la leggenda di Romolo e Remo nel 753 a.C., sarebbe sorta la città di Roma.

Lingue simili parlavano altri popoli che abitavano in territori circostanti, come i Sabini, gli Umbri, i Volsci.

Queste lingue appartenevano alla grande famiglia dell’indoeuropeo, di cui fanno parte anche il greco, le lingue slave, quelle anglosassoni e il sanscrito.

A partire dal VI secolo a.C., con il crescere dell’importanza e del potere di Roma, la sua lingua latina si diffuse e si impose dapprima sui popoli confinanti, poi su tutta la penisola e infine su gran parte del mondo allora conosciuto.

È da precisare comunque che ai tempi dell’antica Roma non esisteva un solo latino.

Vi era un latino “colto” parlato dagli uomini di studio e usato nelle opere letterarie, quello che oggi chiamiamo latino classico e un latino “volgare” parlato quotidianamente dal “volgo”, dal latino vulgus = “popolo”, ossia dalla gente comune.

Infatti, sebbene il latino fosse stato introdotto saldamente in tutto il territorio dell’Impero Romano, il latino parlato a Roma si modificava a mano a mano che entrava in contatto con le lingue parlate dalle varie popolazioni sottomesse, producendo varietà diverse della medesima lingua.

Il latino parlato nella penisola iberica, ad esempio, era diverso da quello parlato in Gallia o lungo il corso del Danubio.

Con la fine dell’Impero Romano d’Occidente posta convenzionalmente nel 476 d.C. (la data corrisponde alla deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augusto, da parte del generale barbarico Odoacre), inizia una lunga e profonda mutazione del latino, in particolare di quello parlato.

Per maggior informazione è da tener presente che:

  • La data del 476 d.C. è solo un punto di riferimento preso dagli storici per fissare la fine dell’Impero Romano d’Occidente. L’impero infatti era già da anni entrato in una profonda crisi a causa di ragioni sia strategiche che economiche: i pochi che producevano non riuscivano più a sfamare i molti che consumavano. Il potere centrale non aveva risorse sufficienti a mantenere le truppe dislocate lungo le frontiere a protezione delle popolazioni provenienti dall’Europa orientale, i cosiddetti “barbari”. Gli storici indicano il 476 d.C. anche come data convenzionale di inizio del Medioevo, ovvero l’età di mezzo tra il mondo antico e l’Età moderna, quest’ultima che a sua volta inizia nel 1492 d.C. con la scoperta dell’America.
  • A volte ci si dimentica che la metà orientale dell’Impero Romano, anche se di lingua greca, rimarrà in vita per altri mille anni, con la sua capitale dal doppio nome Bisanzio o Costantinopoli (l’odierna Istanbul). Esattamente fino al 29 maggio 1453, quando cedette all’assedio dei turchi ottomani.

 

Il latino dopo la caduta dell’Impero Romano

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente le varie regioni che avevano formato il grande territorio imperiale vissero esperienze diverse, e così successe anche al latino, in particolare quello parlato, che iniziò a mutare.

Tra la gente comune, infatti, le forme dialettali proprie delle diverse regioni a cui il latino si era sovrapposto al momento della colonizzazione delle diverse aree, riemersero con maggior forza e si andarono mescolando sempre più con il latino e con le lingue parlate dagli invasori barbari, dando origine via via a una serie di lingue diverse, più o meno vicine al latino, a seconda di quanto le aree di diffusione erano state permeate dalla cultura romana.

Tali parlate sono all’origine delle lingue dette “neolatine”, in quanto derivate dal latino, o “romanze”, perché erano parlate nelle terre che avevano fatto parte dell’Impero Romano.

Le principali sono: l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il romeno e il ladino, quest’ultimo parlato in alcune vallate alpine tra la Svizzera, l’Alto Adige e il Friuli.

Il latino scritto classico, invece si conservò, immutato nel tempo, anche dopo che l’Impero Romano d’occidente si dissolse.

Grazie soprattutto alla Chiesa che per tutto il Medioevo fu la principale se non l’unica depositaria della cultura il latino continuò ancora per un millennio ad essere lo strumento di comunicazione principale per le classi dotte e colte in tutta Europa.

Il latino classico che era diventato la lingua ufficiale della Chiesa cristiana, e tale rimane in parte ancora oggi, era infatti usato sia per i documenti di tipo amministrativo / burocratico sia per opere di tipo letterario.

 

Frammentazione politica della penisola italiana, dopo la caduta dell’Impero Romano

Quando l’Impero Romano d’Occidente collasso definitivamente, nel 476 d.C., tutto il territorio italiano andò incontro a una frammentazione politica che è durata ininterrottamente fino alla costituzione del Regno d’Italia del 1861 e poi con Roma capitale nel 1870.

A parte la parentesi del regno ostrogoto dal 496 al 553 d.C., esteso a tutta la penisola e alla Sicilia, e la brevissima parentesi della riunificazione (solo 18 anni), dal 553 al 568 d.C., sotto l’imperatore romano d’oriente Giustiniano, l’insieme della penisola italiana e le sue isole non sono mai stati sotto un unico potere politico, neppure straniero.

Ostrogoti, Bizantini, Longobardi, Franchi, Arabi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli, Francesi, Austriaci hanno dominato, nel tempo, su questa o quella parte del territorio italiano, contendendoselo tra loro e contrattando di volta in volta il riconoscimento del proprio domino dal papa di Roma, proclamatosi “amministratore” del tutto (mediante il falso della “donazione” di Costantino) e a sua volta capo di uno Stato, che tagliava a metà la penisola italiana, ostacolando di fatto la sua riunificazione.

Questo processo di frammentazione politica interesso di conseguenza anche la lingua parlata in tutta la penisola italiana con l’affermazione dei volgari locali sul latino. Al contrario di quanto avvenne in altre nazioni europee, furono le divisioni tra tanti piccoli stati e regni a impedire la formazione di un volgare nazionale, comune a tutti gli abitanti della penisola italiana.

 

Nascita della lingua italiana dal volgare fiorentino

Anche se in Italia non avvenne un processo di unificazione territoriale e linguistica, nel Trecento, accadde un fenomeno di particolare importanza per la storia della lingua italiana. Il volgare fiorentino “illustre”, cioè quello usato dalle persone colte per la composizione di opere letterarie si impose (depurato delle parole e delle costruzioni più rozze) su tutti gli altri volgari presenti sulla penisola italiana, come lingua alternativa al latino

Al successo del volgare fiorentino contribuirono due fattori.

Il primo era il fatto che tra tutti i diversi volgari era quello che conservava più elementi comuni con il latino e pertanto risultava familiare alle persone colte anche non fiorentine.

Il secondo fattore fu la creazione, nel Trecento, di tre importantissime opere, scritte in volgare fiorentino, di tre grandi autori:

  • Dante Alighieri: (1265 – 1321) – autore della Divina Commedia, poema in versi che narra in cento canti il suo viaggio nei tre regni dell’al di là (Inferno, Purgatorio e Paradiso);
  • Francesco Petrarca: (1304 – 1374) – autore del Canzoniere, una raccolta di poesie dedicate all’amore non ricambiato per una donna, Laura;
  • Giovanni Boccaccio: (1313 – 1375) – autore del Decameron, una raccolta di cento novelle dai temi e dai personaggi molto vari.

Le opere di questi tre artisti, letti e imitati già dai loro contemporanei del Trecento, in particolare, Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa, fece sì che la lingua con cui queste opere erano scritte sia divenuta nei secoli successivi, tra le tante varianti regionali presenti nella penisola, quella da cui prendere a modello per la scrittura delle future opere letterarie.

 

Il contributo dell’Accademia della Crusca

Sarà in particolare dal Cinquecento, periodo in cui si è sviluppato l’Umanesimo e il Rinascimento, che le opere di Dante, Petrarca e Boccaccio costituiranno maggiormente il canone ufficiale, cioè il modello di riferimento, della lingua e della letteratura italiana.

Quando ancora l’Italia non esisteva come nazione, i primi studiosi della lingua italiana cominciarono a ricavare dalle loro opere di questi tre autori (considerati oggi i padri della letteratura italiana) le regole della grammatica italiana, che sono tuttora valide, pur essendosi modificate nel tempo.

A rendere più uniforme la lingua, furono pubblicate varie grammatiche che risolvevano in modo chiaro i dubbi di chi ancora non aveva competenza diretta della lingua toscana e nel 1582 fu fondata a Firenze l’Accademia della Crusca che avrebbe prodotto nel 1612: il Vocabolario degli Accademici della Crusca. L’intento era quello di procedere con un’operazione di codifica della lingua italiana, separando la “farina buona” e cioè le parole della lingua fiorentina del Trecento dalla “crusca” rappresentata dalle altre parole dialettali.

 

Il definitivo sostegno di Alessandro Manzoni alla lingua italiana

Durante il Risorgimento il milanese Alessandro Manzoni (1785 – 1873) consacrò poi definitivamente il volgare fiorentino, scrivendo, in questa lingua, la versione conclusiva del suo capolavoro, il romanzo storico I Promessi Sposi.

Manzoni aveva completato la prima stesura del romanzo nel 1821 con il titolo Fermo e Lucia, ma non fu mai pubblicata. Dopo un lavoro di revisione dei contenuti arrivò a pubblicare la prima edizione nel 1827 con il titolo definitivo I promessi sposi. Questa prima edizione però non soddisfaceva ancora il Manzoni, in particolare sulla scelta linguistica. Egli, infatti, voleva che il suo romanzo fosse scritto in una lingua accessibile a tutti e poiché riteneva che solo il fiorentino parlato dalle persone colte avesse queste caratteristiche, riscrisse interamente il suo romanzo eliminando espressioni e vocaboli derivati dal francese, dal latino, dal dialetto lombardo.

Nel riscrivere completamente la sua opera il Manzoni si trasferì anche Firenze per un breve periodo con la propria famiglia per studiare meglio la lingua locale. È da questo soggiorno che nasce la celebre frase “risciacquare i panni in Arno”, intesa come adattamento dei suoi testi alla lingua fiorentina.

Alla fine di questo lungo lavoro di riscrittura, i promessi sposi, uscirono nell’edizione finale del 1840, quella che leggiamo ancora oggi.

 

I dialetti italiani

Grazie al successo de I Promessi Sposi, Manzoni offri un modello linguistico (la lingua toscana) per la nazione italiana che sarebbe nata di lì a poco nel 1861.

Ma questo non fu certo un’operazione facile perché i dialetti erano piuttosto duri a morire. Dobbiamo sempre ricordare, che si trattava di una lingua che solo in pochi conoscevano bene. Soltanto una minoranza di persone istruite e colte era in grado di leggere e scrivere in modo corretto l’italiano.

Oggi, sebbene in alcune aree del Paese succede che molte persone preferiscano ancora esprimersi in dialetto, sembra normale che tutti, o quasi, lo conoscano e parlino italiano, ma non è sempre stato così. Ci sono voluti secoli prima che l’italiano si diffondesse a tutti gli strati della popolazione.

Infatti, per lunghissimo tempo, almeno fino a metà del Novecento, le difficoltà di spostamento per le persone e l’assenza di mezzi di comunicazione avevano favorito il mantenimento delle lingue dialettali.

È da tener presente che l’attuale diffusione dell’italiano si deve al rimescolamento della popolazione, frutto delle migrazioni interne, in particolare dal Sud al Nord, del paese, alla scolarizzazione e anche all’azione delle trasmissioni prima radiofoniche e poi televisive.

 

Il latino che parliamo ancora oggi

La cultura e la lingua del nostro Paese sono profondamente radicate nella grande civiltà dell’antica Roma, tanto da far sì che parecchie espressioni e parole latine sono sopravvissute inalterate nell’italiano e si usano comunemente, nella loro forma originaria.

Molti vocaboli o espressioni latine sono passati nell’italiano senza subire alcuna trasformazione e senza che molti di noi si siano resi conto che provenissero direttamente dal latino.

Ad esempio: a teatro si acclama il bis (due volte); nelle cronache sportive leggiamo che un goal è stato segnato in estremis (all’ultimo momento) e che due atleti sono giunti al traguardo ex aequo (alla pari). Persino società sportive (Rari Nantes, Juventus, Pro Patria), industrie di elettrodomestici (Ignis), marche di gelati (Algida), società cinematografiche (Titanus) hanno ricavato il loro nome direttamente dal latino.

Gli stessi termini italiani audio e video, sono due forme verbali latine che significano rispettivamente “io vedo” e “io sento”.

Conoscere meglio il latino vuol dire dunque conoscere meglio la nostra lingua italiana. Tutto ciò al fine di potenziare le nostre capacità di comprensione e di espressione, nonché, arricchire il nostro bagaglio lessicale.

 


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