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Il teatro greco

Il teatro nell’antica Grecia, nascita ed evoluzione

Il teatro è una forma espressiva e di comunicazione molto antica, le cui origini risalgono agli albori della storia dell’uomo. Ogni popolo antico aveva riti e cerimonie sacre proprie, legate alle credenze locali e alle stagioni dell’anno, durante le quali i sacerdoti rappresentavano davanti ai fedeli alcuni episodi dei miti da loro più conosciuti.

Dalla trasformazione di queste antiche cerimonie religiose nasce il teatro.

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Nascita del teatro greco

In Occidente Il teatro nacque nell’antica Grecia, intorno alla metà del VI secolo a.C.

La parola “teatro” deriva da theáomai, un verbo greco che significa “guardare, osservare”.

Gli antichi greci, come tutti i popoli del passato, avevano un ricco patrimonio di riti religiosi, tra i quali molto seguiti, fin dal VII secolo a.C., vi erano quelli in onore di Dioniso, dio del vino, della natura e della fertilità.

Nei tempi più antichi, tutti coloro che partecipavano alla cerimonia formavano una processione che danzava e cantava in coro. A questi riti partecipavano anche dei fedeli travestiti da creature dei boschi, che suonavano e danzavano. Con il loro travestimento volevano rappresentare i Satiri, i compagni del Dio Dioniso: esseri mitologici, metà uomini (dalla testa al bacino) e metà capre (le gambe e i piedi). Quindi molti partecipanti al rito erano vestiti con pelli di capra, ed erano detti tràgoi, che significa “capri”.

Il momento culminante era il sacrificio del capretto, animale sacro a Dioniso. In quel momento i fedeli si disponevano in cerchio attorno all’ara sacrificale e intonavano un coro sacro, detto “canto del capro”, tragodìa in greco, da cui il termine tragedia.

Il sacrificio del capretto (in greco tragos = “capro”) aveva un valore espiatorio: Significava che il “capro” sacrificato a un dio, eliminava le colpe di una società.

Ancora oggi l’espressione “il capro espiatorio” indica chi più di tutti ci rimette, perché alla fine viene sacrificato per giustificare le colpe commesse dagli altri.

Anche il termine commedia, dal greco Komodìa, che significa probabilmente “canto di festa in onore del dio Dionisio” è connesso a queste cerimonie.

Secondo gli storici, le prime commedie dell’antichità erano una sorta di processioni nei campi agricoli, nelle quali venivano trasportate delle riproduzioni di grandi dimensioni di simboli sessuali maschili. Lo scopo era augurare fertilità ai campi affinché portassero abbondanti e buoni prodotti.

Il popolo che seguiva la processione, alla vista di tal membro virile, era portato ad intonare canti scherzosi e a fare battute esprimendosi con un linguaggio estremamente volgare e scurrile. Questo era allora l’ambiente della commedia.

Con il trascorrere del tempo, le celebrazioni in onore di Dioniso divennero sempre più elaborate, assumendo i caratteri di un vero e proprio spettacolo teatrale.

Rimaneva comunque sempre il concetto che i Greci che andavano a teatro sentivano non solo di assistere a uno spettacolo, ma di partecipare a un rito religioso, che si svolgeva nel contesto delle grandi feste dedicate al Dio Dioniso, le grandi Dionisie e le Lenee.

Gli spettacoli erano organizzati dalle città-stato, le polis, e si svolgevano in primavera, durante le feste in onore di Dioniso. I cittadini più ricchi provvedevano a finanziare e organizzare gli spettacoli teatrali. Assistere a queste rappresentazioni significava stare a teatro per l’intera giornata, dalle dieci del mattino fino al tramonto. Tutti erano invitati a partecipare: l’ingresso era gratuito e ad Atene per un certo periodo gli spettatori più poveri ricevettero addirittura un contributo economico da parte del governo in sostituzione della paga giornaliera del lavoro perso per assistere agli spettacoli.

Agli inizi sulla scena recitava un solo attore, poi ne furono introdotti altri due che si esibivano davanti a un pubblico di spettatori con l’accompagnamento di un coro, formato da circa dodici elementi più un capo coro, il corifeo. Sia gli attori che i componenti del coro erano esclusivamente uomini perché alle donne era vietato esporsi sulle scene.

La tradizione attribuisce la prima rappresentazione di questo genere al poeta Tespi, il quale nel 534 a.C. avrebbe improvvisato il primo dialogo tra un attore e un coro.

In seguito, le parti degli attori e del coro vennero scritte da veri e propri autori, alcuni dei quali raggiunsero una grande fama, tanto che le loro opere sono giunte fino a noi, complete o in frammenti, e vengono ancora oggi rappresentate.

Gli autori presentavano le loro opere a una commissione che sceglieva ogni anno quelle da mettere in scena e tutta la cittadinanza assisteva alle rappresentazioni, che duravano quattro giorni.

Nei primi tre giorni venivano rappresentate le tragedie; il quarto giorno veniva invece mesa in scena una commedia, spesso basata sulla satira e sulla presa in giro dei potenti della città.

Per gli autori il teatro aveva una forte componente agonistica. Gli autori, infatti, partecipavano a dei veri e propri festival, che si concludevano con la premiazione delle tragedie e delle commedie più apprezzate dal pubblico.

In Grecia, sia gli autori dei testi sia gli attori erano tenuti in grande considerazione e trattati con tutti gli onori.

Per gli antichi ateniesi, il teatro era una parte fondamentale della vita cittadina, un evento molto importante e aveva una fortissima valenza educativa. A teatro ci si andava per imparare, riflettere e provare emozioni.

 

I luoghi del teatro greco

All’inizio, in Grecia, le rappresentazioni avvenivano vicino al tempio, in un semplice spazio circolare, dove gli spettatori sedevano sull’erba o, se si trattava di persone importanti, su panche di legno.

Con il trascorrere del tempo, ogni città greca di una certa importanza si dotò di un edificio appositamente costruito. Vennero così costruiti, a partire dal VI secolo a.C., i primi teatri in muratura, con le caratteristiche che ancora oggi si possono ammirare in alcune località della Grecia e dell’Italia meridionale.

I teatri greci venivano in genere costruiti lungo i fianchi di una collina su cui venivano collocati i sedili, inizialmente in legno e poi in pietra, disposti a semicerchio; al centro dello spiazzo, in basso rispetto ai sedili, si trovava l’orchestra, sede del coro, accanto all’orchestra, sopraelevata rispetto a essa, vi era il proscenio o palcoscenico, chiuso sul fondo da una scena dipinta su tavole di legno. Si trattava dello spazio dove recitano gli attori. Esso era rialzato in modo da favorire la visuale e l’acustica.

Il coro, che si trovava nello spazio circolare dell’orchestra, tra il pubblico e gli attori, era formato da un gruppo di dodici o più persone: all’inizio dello spettacolo entrava nell’area destinata alla rappresentazione e vi si disponeva attorno a semicerchio, a volte danzando e cantando.

Il coro aveva una funzione importantissima: oltre a dialogare con gli attori, guidato dal corifeo, commentava la vicenda, a volte anche rivolgendosi verso gli spettatori stessi, esprimendo le idee dell’autore. Il coro era quindi un vero e proprio personaggio a più voci che rappresentava il pensiero dell’autore, muovendosi tuttavia sulla scena senza mai agire come un personaggio vero e proprio.

È da precisare che l’orchestra non è da intendersi come la intendiamo oggi, cioè un complesso di musicisti che suonano una melodia, una sinfonia o una canzone. In greco il verbo orckeomai significa danzare, il che vuol dire che in questo spazio chiamato appunto orchestra c’era il coro che danzava ritmicamente, cioè con movimenti molto lenti, oscillatori.

Inoltre, al centro dell’orchestra si trovava un altare, un’ara, dedicato al Dio Dioniso.

Dietro il fondale, nel retroscena, poteva essere montato un macchinario invisibile al pubblico, che permetteva a un attore di calarsi in scena dall’alto, come se volasse, per risolvere una situazione difficile. I romani chiamarono questo personaggio deus ex machina.

I teatri erano talmente grandi che risultava impossibile dotarli di un tetto, perciò gli spettacoli avvenivano all’aperto.

Il pubblico sedeva nella cavea, una gradinata a forma di semicerchio, costruita sul fianco di una collina per sfruttarne la pendenza.

Di solito le rappresentazioni duravano dall’alba al tramonto, perciò il pubblico si portava da casa cibo e bevande. Venivano istituite anche gare di recitazione, durante le quali gli spettatori si susseguivano per diversi giorni.

 

Le maschere degli attori greci

Gli attori, che, come abbiamo detto, erano solo uomini, dovevano interpretare più ruoli durante la stessa rappresentazione e per questo indossavano grandi maschere di cuoio, diverse a seconda dei personaggi da interpretare.

In tali maschere le espressioni del volto erano accentuate per meglio esprimere il carattere del personaggio che interpretavano e per essere riconoscibili anche da lontano; inoltre, perché la voce fosse facilmente udita, esse erano dotate di una larga e profonda apertura, in corrispondenza della bocca, che fungeva da megafono, così da poter amplificare la voce.

Le maschere avevano solo sue espressioni: triste per i personaggi delle tragedie e allegra per i personaggi delle commedie.

 

I costumi degli attori greci

I costumi dovevano rendere immediatamente riconoscibili i personaggi che interpretavano.

Le divinità, per esempio, comparivano con i loro attributi, cioè oggetti caratteristici: ad esempio, Zeus con il fulmine, Eracle con la pelle di leone e così via.

Gli attori, per essere ben visibili anche dagli spettatori più lontani, indossavano i coturni: speciali calzature con la suola molto alta, e imbottivano le vesti per sembrare più grandi.

Anche i colori degli abiti identificano i diversi personaggi: rosso per i ruoli positivi, grigio o nero per i ruoli negativi, azzurro o giallo per i ruoli femminili.

 

Nell’antica Grecia nacquero due generi teatrali: la tragedia e la commedia.

Nel teatro greco si rappresentavano due forme di spettacolo che, come abbiamo detto, derivano dai canti intonati durante le feste in onore di Dioniso: la tragedia e la commedia.

Sia la tragedia, sia la commedia erano vissute come eventi educativi: da esse il pubblico traeva una lezione di vita.

La tragedia, attraverso i sentimenti di pietà e di terrore che suscitava, metteva in scena il conflitto fra ragioni inconciliabili ed era destinata ad una conclusione inevitabilmente infelice.

La commedia, attraverso un argomento leggero e la sua conclusione lieta, offriva l’opportunità di divertirsi.

È da notare che la suddivisone fra tragedia e commedia è rimasta in uso fino a oggi, e non solo nel teatro: basta consultare qualsiasi guida di programmi televisivi per rendersi conto che un film a lieto fine viene definito “commedia”, mentre una vicenda con un finale particolarmente doloroso rientra nel genere “tragico”.

 

La tragedia greca

La tragedia ha come protagonisti donne e uomini appartenenti al rango sociale elevato, come re, regine, dei, eroi del mito. Di solito avevano come argomento vicende tratte dalla mitologia.

Nella tragedia venivano affrontati argomenti riguardanti valori universali, comuni, quali l’amore, l’odio, il rapporto fra bene e male, il contrasto fra pace e guerra, la necessità di obbedire al volere degli dèi e del destino.

La caratteristica principale della tragedia greca era però la scelta: il personaggio tragico veniva messo di fronte a un bivio e sapeva che, qualsiasi scelta avesse compiuto, gli avrebbe potato dolore; è in questo elemento che risiede l’elemento tragico.

Il filosofo Aristotele (384 – 322 a.C.), allievo di Platone e maestro del condottiero Alessandro Magno, dedicò alla tragedia importanti riflessioni, nella sua opera Poetica, dicendo che la rappresentazione della tragedia suscita negli spettatori un misto di terrore e pietà, in particolare timore nei confronti degli dèi o del destino che governa le nostre vite e pietà nei confronti dei personaggi e del loro dolore.

Questi sentimenti che mostravano vicende sventurate per le quali provare pietà e terrore provocavano nello spettatore la catarsi, cioè la purificazione dei sentimenti di angoscia e dolore che affliggono l’esistenza umana.

Le tragedie greche, con la loro funzione educativa, sono ancora oggi conosciute e rappresentate con ininterrotto successo, perché trattano temi attuali, come la giustizia umana e divina, il caso e il destino, la colpa e la sua espiazione.

 

La commedia greca

Scopo della commedia era far ridere il pubblico. A differenza della tragedia, i personaggi erano persone semplici che si esprimevano in modo popolaresco, con doppi sensi e battute.

Le vicende delle commedie portate sulla scena avevano come oggetto un argomento leggero, inoltre potevano essere ironiche e/o comiche, come per esempio imbrogli ai danni di un prepotente, scambi di persone, equivoci e malintesi. Talvolta venivano prese in giro persone importanti dell’epoca, come uomini politici o artisti famosi.

Il lieto fine era assicurato, in genere, con la vittoria sugli arroganti o sugli sciocchi.

Lo scopo dello spettacolo comico era insegnare al pubblico una morale, applicabile in varie situazioni.

  

Tragediografi greci

I più importanti tragediografi (ovvero autori di tragedie) greci furono:

  • Eschilo (525-456 a.C.) il grande iniziatore della tragedia greca. Egli pose al centro delle proprie opere il problema dell’azione e della colpa, della responsabilità e del castigo. A lui si attribuisce l’intuizione di staccare dal coro due primi attori, che acquistavano identità di personaggi e dialogavano tra loro e con il coro, aumentando così la drammaticità dello spettacolo:
  • Sofocle (497-406 a.C.) Compose circa centoventi drammi e ottenne una ventina di vittorie nei concorsi tragici di Atene. A lui si deve l’introduzione del terzo attore, preso dal gruppo del coro. Delle sue opere ci restano sette tragedie complete: Aiace, Elettra, Edipo Re, Antigone, Trachinie, Filottete, Edipo a Colono.
  • Euripide (480-406 a.C.) Scrisse circa novanta tragedie. A noi ne sono pervenute diciannove, molte delle quali hanno come per protagoniste le donne, rappresentate con acuta sensibilità psicologica. Alcune sue tragedie sono: Medea, Andromaca, Elettra, Elena, Alcesti.

 

Commediografi greci

I principali commediografi (autori di commedie) greci furono:

  • Aristofane (450-385 a.C.) ci ha lasciato undici opere complete, caratterizzate da una meravigliosa capacità di invenzione e da una puntuale critica della società greca del V secolo a.C. Nelle sue commedie prende in giro in modo brillante, personaggi politici e filosofi del suo tempo.
  • Menandro (342-291 a.C.).

 

Le tre unità aristoteliche

Il filosofo Aristotele (384 – 322 a.C.), allievo di Platone e maestro del condottiero Alessandro Magno, dedicò al teatro importanti riflessioni, nella sua opera Poetica, che è bene conoscere, perché ebbero grande influenza sul teatro moderno a partire dal Rinascimento.

La Poetica di Aristotele era composta da due libri: il primo sulla tragedia e il secondo sulla commedia. Purtroppo, quest’ultimo è andato perduto.

Lo scrittore Umberto Eco costruirà la sua opera più famosa: Il nome della Rosa, proprio su questo secondo libro della Poetica di Aristotele andato perduto, che tratta della commedia e del riso.

Dal suo primo libro della Poetica, dove si parla di tragedia, Aristotele osserva che tutte le tragedie devono avere tre unità:

  • Unità di Tempo – lo svolgersi dell’evento deve avvenire nell’arco delle ventiquattro ore. Cioè non posso rappresentare gli avvenimenti di un certo anno nel primo atto e poi nel secondo atto rappresentare gli avvenimenti di uno o più anni dopo;
  • Unità di Luogo – deve svolgersi sempre nello stesso luogo;
  • Unità di Azione – deve raccontare una cosa sola, un solo mito, non ci deve essere la sovrapposizione o l’incontro di più miti diversi.

Nel Rinascimento italiano, queste osservazioni diventarono “regole” assolute della tragedia classica e i drammaturghi soprattutto italiani e francesi, scrissero le loro opere rispettando le “tre unità” di tempo, di luogo e di azione.

Invece in Inghilterra William Shakespeare (1554 – 1616) così come i drammaturghi spagnoli Pedro Calderón de la Barca (1600 – 1681) e Félix Lope de Vega (1562 – 1635), scrissero opere che si svolgevano nell’arco di lunghi periodi di tempo, in molti luoghi diversi e con un intreccio ricco di episodi secondari.

La regola delle “unità aristoteliche” fu definitivamente abbandonata, dai drammaturghi, a partire dai primi anni dell’Ottocento, appellandosi al fatto che il genio poetico deve creare liberamente, senza costrizioni.

 

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Ninna nanna della guerra – Trilussa

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L’alcione – Esopo favole